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I Hate My Village esordiscono a Milano, un lampo di talento: report live e scaletta

Sempre più raramente capita di andare a un concerto e ritrovarsi di fronte una band composta da veri e propri “mostri” del rock italiano. Esattamente come i Re Magi ognuno di loro ha una dote e la offre in dono alla musica: Adriano Viterbini (Bud Spencer Blues Explotion) la chitarra, Fabio Rondanini (Calibro 35 e agli Afterhours) la batteria, Marco Fasolo (Jennifer Gentle) il basso, e per finire Alberto Ferrari (Verdena) la voce. Aggiungiamo una buona dose di energia e passione, e il risultato è sensazionale. Cosa accomuna tutti questi musicisti? Senz’altro il talento.
Facciamo un po’ il punto della situazione. Un disco riuscito benissimo? Ce l’ho. Una copertina figa? Ce l’ho. Un nome ispirato a un film nigeriano? Anche. Ma soprattutto un concerto d’esordio sold out. I Hate My Village, mi sa che qualcuno già vi ama. Come dei veri divi si sono fatti attendere, e hanno raggiunto il palco alle 21.45. È come prenotare un tavolo in un ristorante che ha 5 stelle su TripAdvisor, dove sappiamo già che mangeremo bene ma siamo ugualmente incuriositi dai piatti che lo chef potrebbe proporci. Beh, in questo caso nel pentolone bolle un po’ di tutto, e tutta roba buona (nessuno rischia un’intossicazione, state tranquilli): blues, afro, funk psichedelico… e giusto qualche chitarra di alto livello, eh. A tagliare il nastro inaugurativo è “Presentiment”. ALT. Era dal 18 gennaio (giorno d’uscita dell’album) che ci chiedevamo cosa sarebbe successo al loro primo concerto (e ci auguriamo che tutto ciò diventi una bella abitudine). Cosa è successo quindi? Eros e Thanatos si sono incontrati e hanno fatto sesso sul palco della nota Santeria di viale Toscana a Milano. Perché qualcuno oserebbe negare che la chitarra di Viterbini o che quell’oggetto composto da tamburi, piatti e strumenti a percussione suonati da Rondadini siano passati inosservati o considerati come dei semplici strumenti musicali (si, i soliti insomma, quelli che si vedono in giro no?). No signori, il chitarrista non sapeva più come contorcersi, a un certo punto non abbiamo più capito se fosse lui a violentare la chitarra o la chitarra a violentare lui, in senso buono ovviamente). E poi Rondanini ci ha proprio stregati. Alberto Ferrari, invece, è una specie di Dorian Gray: ma non invecchia mai? Da un angolino del palco, un po’ voce un po’ chitarra, ci cattura particolarmente in momenti come “Acquaragia”. La neo band ci delizia per un’ora facendoci ascoltare l’intero disco, pezzoni come “I ate my village”, “Fame”, per giungere ad un falso epilogo con “Tony Hawk of Ghana”. Le luci si accendono, ma nessuno sembra intenzionato ad abbandonare il locale. E fanno bene, perché a sorpresa gli amici I Hate My Village suonano “Don’t Stop ’Til You Get Enough” di Michael Jackson (wow) e “Bring It On Home To Me” di Sam Cooke (wow al quadrato). Insomma va ammesso che l’unione a volte non fa semplicemente la forza, ma può capitare che faccia un bel botto… e tanti tanti applausi. Sicuramente I Hate My Village ieri sera ha dato una bella lezione agli amici che condividono lo stesso mondo. E sicuramente, come tutte le cose belle, originali e che funzionano – e che sono per pochi (appunto)-  potrebbero non essere capiti e apprezzati da tutti (ma in fondo “chissene”). Ricordiamoci che, qualche volta, sperimentare ripaga.

Scaletta

scaletta i hate my village

 

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