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I Loop Therapy e la loro “sweet baby”: Intervista ai jazzisti dall’animo hip hop

I Loop Therapy sono un progetto jazz nato a Milano nel 2010 grazie a Cesare Pizzetti, contrabbasso, e Fabio Visocchi, tastierista. Ai due fondatori si sono presto aggiunti Matteo Mammoliti, il batterista, e Domenico Mamone, il sax. Il loro obiettivo è quello di comporre musica a 360 gradi, e lo hanno fatto lasciando entrare la musica hip hop nel jazz: così, hanno dato vita a Opera Prima, un disco che ha avuto una gestazione di 3 anni e che vede la collaborazione di Bassi Maestro, Turi, Colle der fomento, Ice One.

Abbiamo incontrato Cesare e abbiamo fatto due chiacchiere con lui sull’hip hop, sul jazz, e su tutti i promettenti obiettivi dei Loop Therapy.

Suonate da 4 anni insieme e il vostro primo album Opera Prima è un disco che mescola sonorità jazz con l’hip hop. Come si è sviluppata in voi, ma in particolare in te, questa radice underground?

Io personalmente ascolto hip hop dai primi anni ‘90, quando era ancora una musica super underground, quando c’erano i Sangue Misto, Colle der fomento, Bassi. Avevo un rapporto con la musica di un certo tipo, mi colpiva la sonorità potente, e infatti ascoltavo anche metal. Ero piuttosto curioso, insomma. Quando ho avuto i primi contatti con l’hip hop ho iniziato a dare a questo genere grande importanza, nel senso che mi ha portato a vedere la musica in un’altra maniera e a cercare la mia identità. Era un mondo di amore e di cuore che mi ha colpito immediatamente.

È stata quindi una vera e propria ricerca. E come poi questa ricerca ti ha portato al jazz?

Sicuramente ho avuto influenze da mio padre che era trombettista, e degli ambienti che frequentavo fin da bambino, 11 o 12 anni. Ma dopo aver scoperto l’hip hop, che è uno dei vari linguaggi con cui si esprime la musica afroamericana, mi è venuto naturale approdare alla musica di estrazione jazzistica. Insomma i due generi non sono per niente agli antipodi e se ho studiato il jazz e il contrabbasso è anche grazie all’hip hop.

E con gli altri componenti del gruppo è stato naturale approdare alla mescolanza tra i due generi?

Si, decisamente, ci siamo sentiti subito a nostro agio, soprattutto perché anche loro non sono estranei al mondo dell’hip hop, anzi, ognuno con la sua personale storia. Il disco nasce dal desiderio di tributo ad una cultura di cui noi non facciamo parte direttamente ma che ci ha insegnato tanto. Ci siamo detti: “facciamoci questo regalo e diciamo la nostra”. Abbiamo iniziato a comporre quasi con l’idea di restare a casa, nel senso che la promozione e i live non li avevamo neanche in testa. Abbiamo seguito l’intimità e la passione, per divertirci e stare bene nel fare quella determinata cosa, anche fine a se stessa. Il resto è arrivato dopo, e con grande sorpresa e gioia.

Ora come ora il jazz viene visto come un genere musicale élitario, come se avesse perso il suo connotato di popolarità. Unendolo all’hip hop, avete voluto renderlo più accessibile?

Sì è vero, purtroppo il jazz oggi è elitario. Non so di chi sia la colpa, se dei media, dei musicisti, non so. Ma il genere è nato popolare, è per la gente, è divertente, nelle sue evoluzioni è stata musica da ballo. Il senso del jazz è quello di divertire il pubblico, e quindi è decisamente per la gente. E io lo vivo ancora così, quindi dal mio punto di vista non ho aggiunto e tolto niente, ho semplicemente seguito la mia concezione di jazz da un lato e di hip hop dall’altro. Quello che posso aver capito io di un fraseggio jazzistico, quindi del suo swing, e la costruzione di una frase di rap, quindi del flow, è che hanno lo stesso identico approccio. Nel senso che la concezione della pulsazione ritmica è molto simile. Sono due diversi stili di una stessa cultura musicale.

Per quanto riguarda i testi dei brani cantati, seguono tutti una linea comune che è il tema dell’amore per la musica. É stata una vostra scelta oppure da parte dei 3 MC?

È l’unico paletto che abbiamo messo. Abbiamo voluto creare un filo conduttore che è alla fine il nostro obiettivo, quello di trasmettere amore e devozione per la musica. Abbiamo poi lasciato liberi gli artisti di scrivere tutto ciò che volevano, e infatti ogni brano è molto personale, cucito su ognuno di loro.

E con Ice One?

È stato Umberto Damiani della nostra etichetta, Irma Records, ad avere l’idea di fare il remix del brano di Turi con Ice One, un altro campione dell’hip hop. Abbiamo accettato immediatamente: ennesima fortuna ed ennesima occasione da non perdere. I remix si sa, possono portare a strade sconosciute e impraticabili, ma di Ice One ci fidavamo ciecamente, e infatti è perfettamente in linea con lo stile con l’intento dell’intero album. Lo abbiamo vissuto come un grande regalo.

Per quanto riguarda i vostri live, che tipi di escamotage adottate per la parte hip hop considerando che Turi, Bassi e Colle der fomento non vi seguono nel vostro tour?

Noi proponiamo di base un concerto strumentale, quindi un concerto che ha connotati jazzistici per i temi e gli assoli. C’è però uso di campionatori e  scratch, e questi li segue Fabio, il pianista. Lui è il nostro tecnico, è molto eclettico. Lo stile dei nostri live è molto legato al groove, sul modello (col dovuto rispetto) di Chris Dave. Poi per esempio al concerto per Totally Imported a Campobasso era con noi Hyst, con lui abbiamo fatto un concerto nel quale abbiamo fuso la nostra musica sulle sue rime, proponendogli brani nuovi. Quindi insomma laddove è possibile inseriamo il rap in modo totale.

E poi quest’estate avete seguito Ghemon. Com’è andata?

Si, è stato bello, ci siamo divertiti parecchio. È stato lui a chiederci di accompagnarlo nel tour del suo disco. Noi lo apprezziamo perché è un rapper di nuova generazione, ma con una marcia in più, quasi old school.

Per Oper Prima a dirla tutta vi avrei visti bene con Dj Gruff….

Eh anche io (ride, n.d.r.). C’è tempo, abbiamo tanti progetti. Abbiamo pronto quasi un nuovo disco, perché il primo ha avuto una gestazione lunga e quindi nel contempo abbiamo scritto tantissimo. Abbiamo un vagone di materiale molto buono e da pubblicare.  Se tu mi suggerisci quest’idea io non posso dire che “magari”! Abbiamo anche suonato nella stessa serata al Mi Ami a Milano…

Al proposito del Mi Ami, sarà stata sicuramente una bella esperienza.

Si al Mi ami abbiamo fatto una bomba di concerto, incredibile: noi siamo arrivati come sconosciuti ed eravamo alle 19, presto. In 3 minuti sotto il palco le persone si erano quintuplicate. Il pubblico è stato davvero caloroso, soprattutto con un pubblico che di solito non è il tuo.

Infatti, come vi accoglie un pubblico che di solito ascolta hip hop?

Mah guarda fino a questo momento, da Dio. I feedback sono superpositivi. A volte leggo recensioni che sembrano scritte da mia sorella. Non ti nascondo le paure che avevo inizialmente ad avvicinarci a questo pubblico. E invece anzi abbiamo avuto un sacco di conferme. È bello condividere, non in senso social, ma condividere una storia: è una qualcosa di emozionante.

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