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I love Bari

Nella splendida cornice del centro storico di Locorotondo (BA), lo scorso 28 luglio, ha preso vita una serata piuttosto straordinaria: sul palco si esibivano 55 persone, per la gioia delle centinaia di spettatori che gremivano la piazza, in un evento gratuito del Locus Festival, un appuntamento imperdibile in Puglia da diversi anni.

La straordinarietà stava in molti aspetti: un evento di tali proporzioni e qualità, gratuito; la location stessa, ovvero questo pittoresco centro urbano nella regione dei trulli, piccolo ma così affascinante; e il nome sul cartellone per quella serata era Peter Cincotti.

Forse l’eccezionalità di questo ultimo fattore non colpisce abbastanza il lettore che non sappia esattamente chi sia questo artista. Già in precedenza ho avuto il privilegio di scrivere qualcosa al suo riguardo, ho già menzionato il fatto che Cincotti è da anni gradito ospite del nostro Paese, che ha recentemente ottenuto maggiore notorietà con Sanremo e Simona Molinari, e che ha già fatto un tour ad Aprile, per il suo ultimo album “Metropolis“. Quindi cosa c’era di nuovo?

Per la prima volta (la prima per lui e soprattutto per noi, che davvero non potevamo aspettarcelo) si è esibito in una scaletta che abbracciava canzoni da ciascuno dei suoi 4 album, ognuno dei quali ha una sua anima: c’è quello in cui predomina lo swing, oppure il jazz, quello pop-rock e quello infuso di musica elettronica. E mentre mesi fa sul palco era solo con il chitarrista George Orlando, in questa occasione ha avuto con sé, oltre ai “suoi” Charles Norris III (batteria) e Barak Mori (basso), l’intera, folta Orchestra Sinfonica Della Provincia di Bari, diretta dal maestro Raffaele Minale.

Insomma, anche per chi avesse in precedenza assistito ad un solo concerto di questo artista, la prospettiva di ascoltare il repertorio di Cincotti arrangiato per orchestra e calato in quell’atmosfera calda e conviviale sarebbe stata irresistibile. E resistere, ora posso dirlo con certezza, sarebbe stato… stolto.

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Con un’ora di ritardo rispetto al momento previsto i musicisti hanno preso posto, smorzando l’impazienza del pubblico, gli organizzatori dell’evento hanno introdotto il concerto con qualche parola sul LocusFestival, poi si sono spente le luci ed è entrato in scena un abbronzato e sorridente Peter, che ha attaccato con “I Love Paris“, per l’occasione trasformata in “I Love BARI”, omaggio che forse ai più è passato inosservato.

Tra un “Ciao, come va?” e un esilarante “Mannaggia la miseria!” Cincotti e i musicisti hanno continuato seguendo la scaletta del programma consegnato al pubblico, introducendo ogni canzone con riferimento all’album in cui era contenuta e talvolta l’occasione per cui era stata scritta. “Take a Good Look” dunque, veniva presentata con smorfia maliziosa come canzone in cui un uomo spiega alla compagna che non c’è più niente da fare per salvare la relazione… e “it only takes three and a half minutes!”; “December Boys“, quella composta per l’omonima pellicola indie australiana del 2006, che con l’accompagnamento dell’orchestra è diventata ancora più trascinante; “Crocodile Rock“, in omaggio ai suoi pianisti preferiti del ‘900, come già ad Aprile e un inedito, “Time goes by“, una ballad dai toni malinconici e romantici, che parla delle persone amate che vengono a mancare, scritta solo tre settimane prima e arrangiata dal direttore Raffaele Minale, e che forse proprio grazie a lui sa molto di Italia, con la sua melodia ampia che si ripete e cresce continuamente, sale facendosi sempre più drammatica, finché la voce di Peter un po’ si spezza, poi la musica continua più dolce e si affievolisce nelle ultime note di piano, cui segue solo un attimo di silenzio mentre il cantante è a testa bassa, visibilmente emozionato e non alza lo sguardo, ma salta l’abituale lunga introduzione al piano per “Goodbye Philadelphia” e anzi vi si tuffa, dando l’idea di voler risalire da quella parentesi così emotiva quasi aggrappandosi alla canzone sua più nota, e ai puntuali applausi e grida che la accolgono.

“Sono pronto” diceva ridendo a Minale dopo ogni pausa prima di riprendere il concerto, con un’inflessione che non mancava di suscitare risate nel pubblico, e scambiava sguardi e sorrisi con gli amici Charles Norris e Barak Mori, che poi, insieme ai musicisti dell’orchestra rimanevano a guardarlo nei momenti in cui si esibiva da solo con l’ammirazione di chi riconosce il talento nel proprio campo, e si giravano verso il pubblico come a dire “ma lo sentite?”, e intanto il trentenne dagli abiti impeccabili e il ciuffo a ogni minuto più ribelle lasciava volare le dita sul piano, a volte mordendosi il labbro e dondolandosi sullo sgabello fino ad alzarsi nei crescendo finali, a volte fissando lo sguardo penetrante verso un punto indefinito del pubblico negli attimi di sospensione prima del prossimo verso, a volte ancora con un sorriso, la testa reclinata e gli occhi socchiusi.

Memorabile l’esecuzione di “Sway“, quella spesso oggetto di confronti inverosimili con la versione (a suo modo altrettanto valida) di Bublé, che già nel primo album di Cincotti assumeva fa un a certa indolenza, una pigra sensualità che lo fecero notare, e insieme ai musicisti diretti da Minale si ispessisce senza appesantirsi, anzi dilatandosi e comunque lasciando spazio per il lungo assolo di puro jazz al piano.

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La scaletta, a conti fatti, deve essere stata vagliata davvero con attenzione: l’alternarsi di pezzi ritmati a quelli di più ampio respiro è culminata in un uno abbastanza complesso, “Witch’s Brew” contenuto nell’album “East Of Angel Town” (2007), che ha sonorità rock, archi e anche un minuetto al clavicembalo. Di tutta la selezione era la canzone che meglio si attaglia all’esecuzione con orchestra, e il risultato è stato un’ovazione del pubblico.

Nel reprise, una canzone da “Metropolis” cui Peter è molto legato, “Before I go” che però è stata offuscata dall’omaggio con cui si è conclusa davvero la serata: una celebrazione di Modugno, originario di quella terra, sulle note di “Nel blu dipinto di blu“, cantata rigorosamente in italiano, marcando il più possibile l’inflessione proprio della versione originale, quella conosciuta in tutto il mondo, che ha fatto cantare i bambini dallo sguardo rapito ormai sgattaiolati fin sotto le transenne, quando a quel punto il pubblico aveva rotto le righe e s’era mescolato per avvicinarsi di più al palco. L’orchestra accompagnava con swing spensierato, Peter cercava di non affidarsi sempre a fogli e monitor per ricordarsi le parole, ma falliva: solo grazie ai suggeritori ha riacciuffato la strofa al momento giusto ma poi passeggiando sul palco alla fine l’ha persa di nuovo, e fingendosi indispettito ha gettato alle spalle il foglio, trovando conforto nel coro di “Volare”.

In questa estate di concerti molti altri eccezionali artisti stranieri hanno intonato la canzone italiana più famosa del mondo, eppure.. quell’istante in cui la musica si è fermata dopo la prima strofa, Cincotti ha invitato tutti a cantare con lui il ritornello, e le voci di tutte quelle persone sono emerse all’unisono nel silenzio, beh… anche questo è stato piuttosto straordinario.

I Love Paris
Do Or Die
Man On A Mission
December Boys
Take A Good Look
Make It Out Alive
Madeline
Sway
Crocodile Rock
Time Goes By
Goodbye Philadelphia
Witch’s Brew

Encore:
Before I Go
Nel Blu Dipinto Di Blu

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