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I’m perfect

Tra fenomeni cult (vedi “Flashdance”, “Dirty Dancing”, “Footlose”) e indimenticabili capolavori che hanno segnato un epoca, come “Carioca” e “Scarpette Rosse”,
il binomio danza-cinema si è snodato soprattutto nello sterminato mondo del musical: in vetta troviamo ovviamente gli intramontabili Fred Astaire e Ginger Rogers che in meno di un ventennio hanno fatto ballare milioni di spettatori.
E che cosa dire di Gene Kelly e John Travolta? Leggende nate, e ancora stabilmente presenti nell’olimpo dei grandi, proprio grazie a qualche passo di danza ben azzeccato, impresso indelebilmente nella memoria collettiva.

Non sono solo film, non sono solo storie: quando il cinema si sposa con la danza produce straordinari esempi di spettacolo, capaci di intrattenere e spesso di raccontare con accuratezza spaccati di realtà; del resto è proprio con i passi di danza che, sin dalle epoche più remote, gli uomini hanno comunicato e messo in scena la più pura rappresentazione dei fenomeni sociali e culturali che li accumunavano.
La danza è un fenomeno fisico, erotico, che mette in movimento sopite sensazioni quasi primordiali in grado di ricondurre a una dimensione molto più “animalesca”, libera dai vestiti rigidi della società in cui viviamo.

La danza e la musica sono linguaggi nati quasi contemporaneamente e non è un caso che il cinema, sintesi di tanti stili linguistici, ne abbia approfittato; la bellezza della danza, quel mondo segreto che si scruta dal buco della serratura è un vaso di Pandora difficile da analizzare, è quasi un universo trascendentale in grado di portare a una dimensione metafisica nella quale ci si perde completamente e la mente smette di pensare.

Nulla come la danza classica può metter ein scena l’eleganza e la precisione dei movimenti corporei; la bellezza delle forme fisiche in movimento; la complessità delle dinamiche sociali che tali movimenti mettono in atto. È un tema così affascinante ma difficilissimo da raccontare: un mondo misterioso dove giocano elementi primitivi di competizione e di sopravvivenza senza pari. E se anche uno come Robert Altman, sempre piuttosto pragmatico, ha provato a raccontarlo con “The Company”, allora il balletto esercita un fascino molto più potente di quanto si possa immaginare.

Lasciando da parte la piccola e felice parentesi di “Billy Elliot” (notare però con quanta solennità e maestosità viene presentato il Billy divenuto ormai stella della Royal Dance Academy), è stato il regista visionario Darren Aronosfy a riportare prepotentemente il balletto classico all’attenzione di tutti. Il suo “Black Swan“, osannato da critica e pubblico, cattura il mondo etereo quasi fiabesco del balletto dove tutti sono belli e perfetti, oppure tentano di esserlo. In questa cornice di perfezione fredda, Nina cercherà di raggiunere quella perfezione annientando se stessa, cadendo proprio in quel labirinto metafisico che è la danza. Nina prima intrappolata nella forma, si estranea da se stessa, abbandona il suo corpo e si lascia possedere dalle sue fantasie, dalle sue paure, dalle sue ossessioni gettandosi in un disequilibrio. Nina sparisce e rimarrà solo il cigno nero.

Certamente Aronosfky prende molto dalla filmografia sul balletto e sul mondo della danza, cercando soprattutto di eliminare il superfluo: lontano anni luce dal luccicante “Strictly Ballroom” di Baz Luhrmann, Aronosfky non cerca di rappresentare la danza solo come fenomeno sociale ma anche e soprattutto come viaggio personale che raggiunge le più estreme conseguenze, un’esperienza vissuta in solitario nella quale ci si aliena da tutto e tutti. “Black Swan” è così oscuro e cupo da nascondere dietro ogni inquadratura il male dell’allontanarsi troppo da se stessi; il male di voler esigere troppo; il male di volersi sentire perfetti ad ogni costo.
“I’m perfect”: l’ossessione di Nina è la raffigurazione di un mondo impenetrabile di cui è noto solo il sacrificio, la determinazione, il dolore. Per raggiungere i propri obiettivi, costi quel che costi.

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