Home > Recensioni > I milionari

È passato (per fortuna) il tempo in cui il cinema italiano doveva confrontarsi, come modello televisivo, solo con la pessima serialità del duopolio Rai/Mediaset, robette agiografiche su personaggi esistiti, preti e forze dell’ordine, sempre pensate per non scontentare nessuno e quindi piatte e da consumo “fast”, digerite e dimenticate un secondo dopo la fine dal pubblico di riferimento. Con la sciatteria di quel tipo di prodotto, il cinema (anche la disastrata produzione nazionale odierna) risultava sempre vincente sul piano della cura della confezione.

Oggi non è più così, dopo l’arrivo delle produzioni Sky anche in Italia il livello si è alzato notevolmente, “Romanzo criminale” e “Gomorra” hanno tracciato un solco in cui speriamo che sempre più registi, oltre al bravo Stefano Sollima, riescano a incunearsi.

Quindi, per convincere il pubblico a uscire di casa e a pagare un biglietto, non ci si può limitare a realizzare una sorta di gangster-movie che è più brutto della puntata più debole delle due serie sopracitate. “I milionari” di Alessandro Piva è niente più che questo. Ed è un vero peccato, perchè l’esordio del regista salernitano era stato quel piccolo miracolo de “La capa gira”, oggi ormai un vero e proprio cult. Dopo il flop del successivo “Mio cognato”, a mio parere comunque molto interessante, la sua carriera si è terribilmente incartata e non sarà certo quest’ultima prova, secondo me, a farlo fuoriuscire dallo stallo in cui sembra ormai definitivamente piombato.

La trama è semplice e vista mille volte al cinema (e ora anche in Tv, appunto). Ascesa e caduta di un clan criminale napoletano attraverso il racconto di un boss e della sua famiglia, scissa tra l’aspirazione a una vita borghese e le pulsioni profonde della sopraffazione. Trent’anni di storia di una delle città più belle e discusse del mondo, Napoli, il sogno di un ragazzo (Francesco Scianna) che si fa travolgere dalla brama di un potere fine a se stesso, per diventare l’incubo di un uomo e di chi gli vive accanto.

In pratica è la trama di “Quei bravi ragazzi“, con spunti presi anche da “Scarface” e, naturalmente, da “Gomorra – La serie“. Ma il livello di tutte le componenti produttive è davvero basso. Recitazione antinaturalistica non per scelta ma per manifesta incapacità, non un momento o una scena che rimanga nella memoria (a dir la verità un momento c’è, ma ha poco a che vedere con la realizzazione vera e propria, è la scena di sesso coniugale dove la Lodovini fa scivolare via il vestito dal prodigioso decolletè), il personaggio di Valentina Lodovini, moglie del boss, è scritto davvero male, un florilegio di silenzi, sguardi “intensi” e luoghi comuni da donna partenopea d’onore. Si salva Salvatore Striano nel ruolo dello scissionista “Piranha”, che lavora di puro istinto e non annega nella mediocrità generale. Non respingente, l’ora e mezza scivola via velocemente, ma inutile ed etereo come una bolla di sapone.

Pro

Contro

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