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I mostri dell’inconscio

Sulla terrazza Liberty dell’Hungaria Palace, al Lido di Venezia, Stuart Gordon si gode gli ultimi giorni di Festival. Il mago dell’horror lovecraftiano, lo storico collaboratore di Brian Yuzna (insieme ci hanno regalato, fra gli altri, “Re-Animator” e “The Dentist”) si trova al Lido in veste di giurato nella sezione Corto Cortissimo. Ma oggi parliamo d’altro.

Signor Gordon, cosa pensa della nuova ondata di film horror francesi?
È successo tutto all’improvviso, prima dalla Francia non veniva nulla e di colpo hanno cominciato a produrre film molto forti ed interessanti. Credo che sia dato dal bisogno di creare nuove mode ogni pochi anni. Da quando è uscito “28 Giorni Dopo” vanno di moda gli zombi, tutti fanno film di zombi, ma questo ha un senso ben preciso: si tratta del bioterrorismo, una paura molto forte in questi anni. Un’altra moda recente è quella dei bambini che uccidono i genitori, ed è una dimostrazione del fatto che la generazione dei genitori ha perso il controllo: gli adolescenti di oggi, i figli dei cosiddetti “baby boomers”, ti dicono in faccia che ti odiano, che ti vorrebbero ammazzare.

Le piacerebbe fare un film su questo tema?
Sto già lavorando a due nuovi progetti ma del tutto diversi. Da qualche tempo lavoro con scripts tratti da storie vere perché credo che siano ancora più perverse di quelle dei film! Per esempio “Stuck”, in cui Mena Suvari rapisce l’uomo che ha investito e lo tiene prigioniero e sanguinante metà dentro e metà fuori dalla macchina.

In quel film Suvari ha un look bizzarro con treccine afro, come mai?
Nella storia vera, la protagonista era nera. Ho voluto che Mena sembrasse o una donna nera dalla pelle chiara o una bianca che sogna di essere nera perché ama il rap e la cultura afroamericana. Si appiglia ad un’altra cultura e anche questo è una spia del fatto che lei rifiuta di assumersi la responsabilità delle sue azioni. Del resto, nella vita di tutti i giorni la gente non prende responsabilità e non chiede mai scusa.

“Edmond” però era tratto da una pièce teatrale di David Mamet.
Certo, però era ispirato a fatti realmente accaduti. A quel tempo Mamet stava divorziando e ha proiettato molta della sua amarezza nel personaggio di Edmond. Edmond è estremamente taccagno con le prostitute che incontra perché si sente ingannato, mentre lui vuole essere onesto e diretto con tutti e pretende che gli altri facciano lo stesso con lui. Ha paura di tutti. Ad un certo punto dice “ogni paura nasconde un desiderio” e ha ragione. Guarda per esempio i personaggi di “Bowling a Columbine”: dicono di comprare pistole per difendersi, ma in realtà non vedono l’ora di fare a fucilate.

Anche Michael Moore era qui al Lido per presentare “Capitalism: A Love Story”. Cosa pensi del suo cinema?
Sotto l’amministrazione Bush non molti avevano il coraggio di protestare, e lui l’ha fatto. Quando ha presentato “Fahrenheit 9/11″ l’amministrazione Bush non ha mai negato che le scoperte fatte da Moore fossero veritiere. È sconvolgente che avesse ragione.

Anche adesso sta lavorando a progetti di alto contenuto etico?
Uno dei miei due progetti è adattare un racconto di Lovecraft, “The Thing On The Doorstep” (“La Cosa Sulla Soglia”). È il mio settimo film tratto da Lovecraft!

Lovecraft è un personaggio bizzarro: astemio, sessuofobo, recluso…
Sì, aveva paura del sesso e perciò ne fa un uso strano: il sesso avviene sempre fra umani e animali e/o mostri da cui discendono le creature mostruose di cui parla. Lovecraft credeva nella supremazia dei bianchi, odiava gli ebrei e ammirava Hitler. Era terrorizzato da chiunque non fosse come lui, poi prendeva queste paure e le trasformava in racconti.

E cosa si prova a trarre sette film da un nazista paranoico?
Io stesso sono ebreo, quindi Lovecraft mi avrebbe odiato. Ma ciò non toglie che le sue storie siano davvero spaventose e che stiano diventando sempre più famose; ci sono persino videogiochi e giochi di ruolo ispirati a lui. La gente riesce a connettersi con la sua visuale, specie con la sua famosa idea che “l’umanità vive su un’isola di ignoranza”.

Ora che l’amministrazione Bush è andata a casa com’è cambiato il clima in America?
Bush usava la paura come un’arma. I registi erano talmente spaventati che non osavano fare film politici o critici. Stavo cercando di finanziare un progetto chiamato “House of Re-Animator”, che si svolgeva alla Casa Bianca, in cui Dick Cheney veniva rianimato. Ma non sono riuscito a trovare un budget. Mi è dispiaciuto molto, anche perché il primo “Re-Animator” aveva avuto molto successo. Ma per fortuna ora Bush se ne è andato e spero per voi italiani che anche Berlusconi se ne vada presto. Ora Dick Cheney e i suoi colleghi hanno una paura matta di essere processati per crimini di guerra. Speriamo.

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