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I Pearl Jam scuotono San Siro fino alle fondamenta

Qualche giorno fa ho rivisto “Twenty”, il documentario sulla carriera dei Pearl Jam, scritto da Cameron Crowe. Un passaggio mi ha colpito: durante il processo tra la band e Ticketmaster per il prezzo dei biglietti, un giudice sentenzia: “Quando l’arte comincia ad avere successo, diventa business”. Allora mi chiedo: quanto è labile questo confine?

Con questa domanda che mi frulla nella testa,venerdì 20 Giugno 2014 mi dirigo verso lo stadio San Siro, dove sono attesi Eddie Vedder e soci per il “Lightning Bolt Tour”. E’ una giornata strana: il paese intero è con il fiato sospeso per la partita dell’Italia ai mondiali e sui maxi schermi all’interno dello stadio trasmettono la partita in diretta. Prima del fischio d’inizio, Eddie Vedder appare con la maglietta dell’Italia, quella di Cassano per la precisione, e regala una versione acustica di “Porch”, come buon auspicio per la nostra nazionale. Non basterà.

Spenti gli echi della delusione per il risultato, finalmente si accendono le luci su una delle più grandi band al mondo, i Pearl Jam. E’ “Release” ad aprire il concerto e la pelle d’oca sale lungo tutto il braccio. La voce di Eddie Vedder riempie lo stadio intero, profonda e scura come un’onda, piena di una dolcezza infinita. Seguono “Nothingman” e “Sirens” per un inizio tranquillo, ma d’impatto.

Poi ci si perde completamente nello show dei Pearl Jam. Trentacinque brani, presi da tutta la discografia per un totale di tre ore di puro rock. Jeff Ament salta e corre sul palco con il suo basso come se avesse ancora vent’anni, Mike McCready ha le dita più veloci della storia del rock e Stone Gossard passa dalla chitarra acustica a quella elettrica tenendo il ritmo in modo impeccabile. Brani come “Even Flow” e “Why Go” esaltano l’impatto sonoro della band e gli schermi trasmettono immagini in bianco e nero che fanno molto anni 90. Il pubblico balla e scuote lo stadio fino alle fondamenta.

In mezzo a questo uragano di energia, emerge Eddie Vedder. Non è più il ragazzo che si arrampicava sui palchi per lanciarsi sulla folla, ma è diventato una persona avvolta da una specie di aurea positiva. Non il prototipo di rock star, ma una persona reale, che quasi vorresti come fratello. In italiano scherza un pò con il pubblico e condivide alcune riflessioni scritte su alcuni fogli. “Vent’anni fa abbiamo suonato a Milano. Grande show, grande fifa, ma ero sotto un treno. Ho incontrato una ragazza, che è diventata mia moglie e madre delle mie figlie. Stasera sono qui con me.” Il pubblico applaude quando inquadrano la moglie e lui le dedica “MFC”. Come si può non voler bene ad una persona così?

C’è spazio per qualche chicca, come “Setting Forth”, dalla colonna sonora del film “Into the Wild”. Il finale è un classico: “Alive”, “Rockin in The Free World” e “Yellow Ledbetter.” Spettacolo puro: Mike che si protende verso il pubblico, le sue dita che intrecciano la melodia e Ed canta le ultime parole della serata. Non poteva esserci finale migliore.

Io non so dove stia il confine tra arte e business. Posso solo dire quello che ho visto stasera: una band storica, a cui gli anni non hanno tolto l’energia e la voglia di fare musica. Una storia che parte da lontano, dalla Seattle degli anni 90 ed è arrivata intatta fino a noi. In modo naturale e spontaneo, come Eddie Vedder, che brinda con una bottiglia di vino e ha gli occhi pieni di felicità.

Guarda anche la fotogallery dei Pearl Jam a Milano.

La scaletta scritta dai Pearl Jam

La setlist ufficiale scritta di pugno dai Pearl Jam. Di questa non sono stati eseguiti: “Crown of thorns”, “Comatose” e “Got some”

 

 

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