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I tempi gloriosi

“Giusto per farvelo sapere, ho sempre odiato il modern-lounge, l’elettronica down-tempo, il trip-hop, lo stile musicale di Moby o dei Boards Of Canada. Ho sempre pensato che fossero poltiglie senz’anima. Non credo che la gente abbia mai davvero capito che la nostra musica fosse fatta di influenze hip-hop, cinema e musica jazz sperimentale, niente a che fare con certa merda elettronica trip-hop. [...] Il nostro scopo non è mai stato quello di mettere la gente a suo agio, di far fumare canne, volevamo incasinare un po’ le teste. Oggi la musica di “Dummy” viene utilizzata per vendere corsi di rilassamento, e la cosa mi dà sui nervi. Perché dovremmo voler suonare ancora in quel modo, quindi?”.

Due anni fa Geoff Barrow, esprimendosi dalla pagina di MySpace che annunciava l’inizio dei lavori sul terzo disco dei Portishead, prendeva a martellate per l’ennesima volta le categorizzazioni nelle quali la sua band viene spesso sprofondata sia dalla critica che dai fan; sebbene qualche giorno dopo abbia corretto considerevolmente il tiro della dichiarazione chiedendo addirittura scusa, il suo pensiero rimane tuttora pesante e significativo. Criticabile e forse un po’ arrogante, certo, ma senz’altro degno d’essere approfondito.
Che la definizione trip-hop non piaccia a nessuno, ad esempio, è cosa ormai assodata. Non piace neppure ai concittadini Massive Attack, i quali potrebbero di certo rivendicare una paternità ben più specifica sul “genere”; forse anche nel loro caso prevale l’ansia di smarcarsi e di chiarire la propria diversità rispetto a epigoni che se va bene banalizzano, se va male fraintendono. Ma considerando che il “genere” sia comunque fondamentalmente morto (se mai è esistito) e che i creatori abbiano poi preso tutti strade ben divaricate, Geoff può anche stare tranquillo. L’etichetta oggi non ha più questo gran senso di esistere.

Sulla ricezione della musica dei Portishead il discorso potrebbe essere più sfaccettato: se da un lato le influenze citate sono di certo evidenti agli ascoltatori attenti e a chi ha seguito l’evoluzione della band nel corso degli anni, dall’altro l’ascoltatore fugace potrebbe benissimo limitarsi ad apprezzare i lati melodici, ipnotici e impeccabilmente pop di un disco come “Dummy”. Sono lati che, oltre a esistere e a essere evidenti, sono parte integrante dell’aura di fascino che la band possiede ancora oggi, e sono proprio quelli che hanno coinvolto e spinto ad approfondire chi di hip-hop, di jazz sperimentale e di colonne sonore all’epoca non ne sapeva proprio nulla.

Ciò che rende “Dummy” un capolavoro è proprio la caratteristica di essere un disco colto e avanguardistico ma al contempo completamente funzionante su tutti i livelli; l’esempio perfetto di come una sensibilità postmoderna possa manifestarsi nella musica popolare senza risultare traumatica o irritante, di come sia arbitrario pensare che essa porti necessariamente a risultati semplicistici, meramente citazionisti o del tutto debitori del passato. I Portishead prendono in prestito la tecnica del sampling da generi ancora di nicchia, estrapolano frammenti sonori dei quali citano esplicitamente la fonte (che stiano proprio nella musica anche i precedenti dell’approccio postmoderno, compilatorio e quasi “cut and paste” di un Tarantino?), li riassemblano in modo assolutamente creativo all’interno di brani omogenei e perfettamente strutturati, creando un sound quantomai vicino a un’idea di soul music della contemporaneità.
[PAGEBREAK] Elemento cardine di questo suono, nonché principale porta d’accesso all’universo dei Portishead, è la cantante Beth Gibbons: cresciuta artisticamente nei jazz club di Bristol, assurge con la band a una posizione – forse suo malgrado – di semi-star inconfondibilmente nineties, a prototipo musicale ed estetico di timidezza, di fragilità e di understatement; con la sua voce, capace di ben altri virtuosismi, è obbligata dalle invalicabili strutture degli arrangiamenti a stare sotto le righe, a cercare la massima efficacia nella sottrazione, mettendosi a nudo in ogni sussurro, facendo di ogni increspatura sommessa il luogo dell’espressione di sentimenti intensi che il cantante medio non esiterebbe a urlare addosso all’ascoltatore dimenticando il senso della misura.
La facilità di fruizione, affievolitasi in un secondo album che stratifica ancora di più gli elementi in un impianto da soundtrack acida, potrebbe benissimo essere dovuta al fatto che ciò che Geoff reputa disturbante della proposta dei Portishead sia in realtà già vivo e presente nella sensibilità degli ascoltatori, i quali possono rilassarsi e lasciarsi cullare proprio perché la forma musicale rappresenta secondo modalità quasi cinematografiche un’emotività da loro condivisa.
E non è un caso che il tema della visione torni un’altra volta.

La capacità di creare un immaginario visivo coerente e di occuparsene in modo originale è un altro fattore che fa dei Portishead una band perfettamente figlia dei propri tempi: non bisogna dimenticarsi che il primo progetto per il quale i membri collaborarono fu il cortometraggio “To Kill A Dead Man”, poi citato e riadattato nel videoclip di “Sour Times”; fu proprio la colonna sonora del breve film a garantire loro un contratto discografico. Questa centralità del lato visivo si ripropone in modo costante nel corso della loro carriera, tra manichini e finti show televisivi fino all’apice di “Only You”, videoclip realizzato da Chris Cunningham.
Inoltre il lavoro live con l’orchestra che suggella la momentanea fine dei Portishead e che fonde il materiale eterogeneo dei due dischi da studio donando ad esso una seconda vita e un’organicità imprevedibile, è già nel 1998 un Enhanced CD: contiene infatti la traccia visiva “Road Trip”, e può pertanto costituire la summa dell’attitudine, dello stile e delle tensioni di innovazione che sono la vera essenza della band, almeno prima dell’uscita del DVD corrispondente nel 2001.

Detto questo, dovrebbe essere perfettamente chiaro che alcune caratteristiche musicali evidenti e stereotipiche dei Portishead (voce femminile melodica, ritmi dilatati, samples “sinfonici”), non sono che un mezzo di espressione di istanze ben più complesse, e formano soltanto uno dei modi possibili di veicolarle; chi pensa di ispirarsi ai Portishead semplicemente replicando gli elementi di facciata fa un passo falso clamoroso. E proprio questa potrebbe essere una ragione della fine precoce di un intero stile musicale, del quale non rimangono che prosecutori storicamente irrilevanti e qualche forma stilistica sfruttata a tempi alterni da produttori pop d’alta classifica.
Così, mentre le vecchie canzoni continuano a fare capolino nelle pubblicità e nei trailer a più di dieci anni dall’uscita, Beth Gibbons pubblica un disco solista ispirato a Nick Drake e a Billie Holiday, e Geoff Barrow assicura che tra gli artisti da cui è stato influenzato durante la relizzazione del lavoro dei Portishead di prossima uscita ci sono Sunn O))), Crippled Black Phoenix e Can.

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