Home > Interviste > I vampiri svedesi trionfatori al Tribeca

I vampiri svedesi trionfatori al Tribeca

Esce in Italia in un centinaio di copie il film che ha vinto il premio del pubblico al Tribeca Film Festival e ha riempito le sale al Festival del Cinema di Torino. Stiamo palando di “Lasciami Entrare”, pellicola svedese tratta dal best seller del 2004 e diretta da Tomas Alfredson. La storia dell’amicizia tra un ragazzino, Oskar, e la piccola vampira Eli, in mezzo ai paesaggi innevati e silenziosi della Svezia, ha tutti i numeri per affermare il regista sulla scena internazionale.
Abbiamo incontrato Alfredson a Roma alla conferenza stampa per la presentazione del film.

Nelle note di regia lei ha detto che l’assoluta svedesità del suo film gli fornirà opportunità di successo internazionale. Che cosa intende con questo?
È una strana equazione, ma credo che più si racconta lo specifico e più si riesce ad essere universali. È un po’ il meccanismo della globalizzazione. Credo che gli svedesi siano specialisti del silenzio e che riescano molto bene a comunicare coi silenzi. È una lingua a sé che può essere coinvolgente in molti sensi, e può raggiungere tutti. Se al silenzio poi aggiungiamo il buio e il mistero di una certa ambientazione, questo effetto viene addirittura amplificato. Il mio film parla soprattutto con le immagini, è questo che lo rende universale.

Le figure parentali nel suo film sono marginali o assenti. Specialmente quella del padre/amante/fratello della piccola vampira Eli, un personaggio che fatichiamo ad inquadrare del tutto, molto misterioso, e la cui vera natura resta sconosciuta. È stata una sua idea, o l’ha presa dal libro?
Nel libro quel personaggio è un pedofilo. Ora, per me la pedofilia è una sorta di effetto speciale emozionale, un tema che si usa quasi sempre per colpire, ma che viene sempre avvicinato in superficie e mai approfondito. Io non volevo parlare di quello nel film, avrebbe sovraccaricato la mia storia e inquinato il messaggio che volevo trasmettere. Quindi ho lasciato libero lo spettatore di interpretare il personaggio a suo piacimento: per me potrebbe essere un Oskar da grande, uno degli amanti che Eli, essendo un vampiro e perciò in vita da centinaia di anni, cambia coi decenni. Ma ripeto, io preferisco che sia lo spettatore a trovare i significati nascosti del mio film.

Affrontando una storia di vampiri, deve aver fatto i conti con il vampirismo e la sua lunga tradizione cinematografica. Qual è stata la sua preparazione al riguardo?
Devo ammettere che non mi sono mai interessato a storie di vampiri prima di girare questo film. L’autore del libro mi ha aiutato molto in questo senso. Abbiamo deciso di giocare un po’ con le leggende e le superstizioni più o meno conosciute intorno a questo tema. Abbiamo scartato il classico aglio che allontana i vampiri, così come siamo andati contro la convenzione secondo cui questi esseri non si riflettono negli specchi. Abbiamo aggiunto una pensata nuova, quella dei gatti impazziti, e ci siamo concentrati su una leggenda poco nota ma presente, secondo cui un vampiro per entrare in una casa deve essere invitato a farlo.

La scelta della bellissima colonna sonora è molto particolare. Non sembra certo musica per un film sui vampiri. Come l’ha trovata e usata?
Volevo una musica che portasse una nota romantica nel film, e attutisse i toni dark della storia, per non renderla troppo morbosa o appesantirla. Il musicista ha trovato uno strumento che sembrava fatto apposta per quello che volevo io: rendere il suono dell’inverno, del freddo. Si tratta di una sorta di archetto metallico, che dà un tocco molto analogico. Abbiamo lasciato fuori i sintetizzatori, la musica è stata eseguita dall’Orchestra Sinfonica di Bratislava.

Scroll To Top