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I’ve been making the meaning they lack

Quando sei invischiato nel traffico in tangenziale a Milano, con una pioggia grigia che ti unge il parabrezza, neppure “The Shepherd’s Dog” nel lettore CD può fare miracoli: i luoghi e i tempi sono altri, la sensazione è straniante. Ma ciò non fa che alimentare la curiosità per l’imminente concerto di Iron & Wine, occasione perfetta per testare le capacità di intrattenitore di un brillante singer-songwriter dotato di qualità che, per essere valorizzate appieno, sembrerebbero reclamare delle cuffie e una poltrona piuttosto che un palco e una folla acclamante.
Mentre il Music Drome gradualmente si popola, Fabrizio Cammarata dei Second Grace imbraccia la chitarra e accoglie il pubblico con un set acustico solista. Sebbene le canzoni tendano inevitabilmente a sfumare l’una nell’altra e l’interpretazione vocale sia a volte sopra le righe, lo spettacolo riesce e i presenti apprezzano; è superfluo precisare quanti siano i rischi per un musicista che decide di imbarcarsi in una missione solitaria di questo tipo, ma Fabrizio li evita: non annoia e fa il suo lavoro di spalla con coraggio e talento.
Verso le 22, dopo una breve pausa, salgono sul palco nell’ordine: la barba di Sam Beam, Sam Beam, e una band di sei elementi che comprende membri di Califone, Wilco e Calexico. La platea, che va riempiendosi, è prevedibilmente popolata da gente “che ne sa”, indie-boys ben educati e un identificabilissimo manipolo di statunitensi in trasferta.
Iron & Wine e la sua band ripropongono in toto il recente “The Shepherd’s Dog”, opportunamente revisionato nella scaletta: si parte infatti con l’immaginifica “Lovesong Of The Buzzard”, una scelta felice che imposta da subito il mood del concerto. I pezzi sono collegati tra loro da pregevoli jam strumentali che ne ampliano lo spettro sonoro mediante deviazioni ora caraibiche e ora “post”. Sebbene i brani conservino tutta la profondità degli arrangiamenti presenti su disco, in alcuni casi sono rimaneggiati e adattati alla sede: sembra che la preoccupazione principale di Sam e compagnia sia stata quella di mettere a punto uno show caleidoscopico, con cui esaltare le influenze e gli elementi sonori “devianti” già presenti nell’album; ulteriore varietà è garantita dall’inserimento in scaletta di canzoni estratte dai dischi precedenti, apprezzatissime dal pubblico.

L’esecuzione è comunque molto più rock di quanto ci si sarebbe potuti aspettare, caratterizzata com’è da una ruvidità e da un’energia difficilmente pronosticabili. In tutto questo la band, sebbene sia un piacere per la vista oltre che per l’udito, appare forse fin troppo concentrata su quello che sta facendo, e non si percepisce quasi mai quel senso di abbandono istintivo che avrebbe potuto segnare la differenza tra un concerto molto buono e un concerto stellare; oltre a questo, Sam sembra a volte soverchiato dalla ricchezza sonora, ed è portato a forzare la voce. Se poi i frangenti davvero indimenticabili sono quelli in cui gli arrangiamenti sfumano e Sam può spiccare con la propria chitarra e un croon da brividi (come su “Sodom, South Georgia”, ad esempio), alla fine ci si chiede se valeva davvero la pena mettere in campo un tale dispiegamento di forze. Chissà, forse questi momenti risaltano proprio perché fanno da contrappunto, e forse un set totalmente acustico sarebbe risultato davvero troppo ostico; sarà, ma il dubbio resta.
La conclusione è affidata a “Flightless Bird, American Mouth”; acclamatissimo, Sam Beam torna sul palco. Da solo. E suona con passione una superlativa “Naked As We Came”: qualcuno è a bocca aperta, qualcuno canta sommessamente, Sam finalmente sorride, ringrazia durante l’esecuzione, appare quasi commosso per il trasporto del pubblico. Splendido. È poi così ingiusto pensare che questa idea della band sia quantomeno discutibile?

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