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Ida Dalser e la sinistra rivoluzionaria

Non è certo stata concepita come un’iniziativa nazionalpopolare, svolgendosi in contemporanea alla partita Italia-Brasile, ma la sera di domenica 21 giugno il Teatro Eliseo di Roma era stracolmo già un’ora prima dell’inizio dell’incontro. Stiamo parlando del bellissimo dibattito organizzato da Left Magazine ed Eliseo sul film “Vincere” di Marco Bellocchio. Un confronto tra cinema, politica e psichiatria, a cui hanno partecipato personalità pilastri delle tre discipline. Eccezionale il parterre di ospiti: oltre al regista del film, i critici cinematografici Morando Morandini ed Enrico Magrelli, lo psichiatra Massimo Fagioli, il filosofo Giacomo Marramao, e, per la politica, Fausto Bertinotti e Marco Pannella. Moderatrice dell’incontro il direttore editoriale di Left Ilaria Bonaccorsi.

L’evento è stato, in parte e senza alcun spirito polemico, una reazione all’indifferenza della giuria del Festival di Cannes nei confronti di un’opera che è chiaramente destinata a lasciare più che un segno nella cinematografia italiana. Per una sera i politici si sono improvvisati critici di cinema (peraltro con ottimi risultati) e i critici si sono avventurati in commenti ideologico-politici. Per tutti, “Vincere” è una pellicola che parla anzitutto del nostro presente, una storia che, a quasi cento anni di distanza, minaccia il quotidiano che stiamo vivendo, lasciandoci più di un insegnamento sul significato della ribellione e su quali siano le modalità per renderla davvero efficace. Del resto il film è riconosciuto da tutti come coronamento di un percorso autoriale, in cui Bellocchio da più di quarant’anni svolge una ricerca sulle dinamiche del rapporto tra potere e rivoluzione.

Secondo Enrico Magrelli il film necessita di più visioni, almeno tre, per poter essere apprezzato e valutato nella sua straordinaria stratificazione di forme e contenuti. Dopo il primo impatto, lo spettatore dovrebbe dedicarsi a un’analisi del ritmo della pellicola, per poi compiere uno strano esperimento: riguardare il film ad occhi chiusi, per scoprire che il sonoro e la musica amplificano significativamente il discorso visivo.

Morando Morandini ha letto in anteprima assoluta la scheda di “Vincere”, che sarà nell’edizione 2010 del noto Dizionario del Cinema. Per Bellocchio il critico ha deciso di scomodare la valutazione delle 5 stellette, un riconoscimento conferito, negli ultimi anni, soltanto all’Eastwood di “Gran Torino”, al Cronenberg di “A History of Violence” e all’Almodovar di “Volver”.

Un film sperimentale e pieno di ossimori, in quanto melodramma futurista, lungo e velocissimo“. Così lo definisce il filosofo Giacomo Marramao, che ha poi spostato l’attenzione sulle implicazioni politiche della pellicola: la riflessione sul corpo del potere e la resistenza che una singola persona può opporgli, a dimostrazione dell’importanza, per la sinistra del nuovo millennio, di un recupero delle resistenze dei singoli, delle esperienze dei soggetti. Ma il film di Bellocchio è anche, a suo avviso, una riflessione “sull’uso da parte del potere della tecnica cinematografica delle immagini in movimento e sulla ritorsione di essa contro il potere stesso“.

Un Marco Pannella in letargo cinematografico da oltre quindici anni, per sua stessa ammissione, ha ringraziato Bellocchio per averlo fatto risvegliare con quello che ha definito un capolavoro sulla banalità del male.

Fausto Bertinotti ha dimostrato le competenze di un critico preparato e appassionato: ha parlato di “ritorno alla maestria del cinema“, di un film molto classico, di “corpi che sono bellissime sculture in movimento“, per poi lanciarsi in una profonda analisi sui temi, per lui centrali nel film, della ribellione come ultima molla dell’umano, della follia come unica risposta possibile alla truffa del potere, della lotta tra amore e potere, che vede sconfitta e vittoria come due concetti rovesciati. Ha infine definito “Vincere” “il più radicale film di critica al fascismo mai visto“.

Ovazione in sala per il noto psichiatra, nonché guru, Massimo Fagioli, che ha parlato di una delle scene-madri del film, quella del colloquio notturno tra lo psichiatra e Ida Dalser nella corte dell’ospedale veneziano, ricordando l’importanza di essere artisti e attori per attuare una ribellione che abbia un esito positivo. Secondo Fagioli “bisogna essere un po’ matti per ribellarsi, ma non malati“.

Parole a cui ha fatto subito eco l’intervento di un emozionato Marco Bellocchio, un po’ stordito da tanta partecipazione e dall’acceso dibattito partito sui temi da lui trattati. Al centro del suo intervento l’interpretazione che rielabora la realtà, quindi l’importanza della figura dell’artista come colui che reagisce, che ha la capacità di cogliere l’essenza di una realtà e trasformarla. Ma il suo film, ha detto, è soprattutto l’omaggio a una figura di donna ribelle che con la sua fantasia e capacità di mostrare amore fino ad annientarsi riuscì a spaventare il potere monolitico.

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