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Identità, omosessualità e stereotipi

Per Steven Russell l’identità omosessuale è quella parte rimossa e soffocata del sé che un terribile incidente impone di disseppellire per poter vivere pienamente la propria vita. Portato alla luce questo aspetto, la grande bugia diventa altro, qualcosa di più oscuro e profondo che non ha a che fare con la sessualità ora gayamente abbracciata.

Forse perché rifiutato senza motivo dalla madre naturale, Steven non sa chi è. Il suo trasformismo, funzionale ad una scelta di vita criminale, è indice di una malleabilità e di una capacità di adattamento che nascondono un vuoto identitario che solo l’amore riesce a colmare e ad illuminare di senso. Steven sente di esistere e di essere Uno solo nell’amore per Phillip Morris, ma non può sfuggire ad una natura che lo porta a reiterare truffe e menzogne. Ed anche se questa coazione a ripetere ha lo scopo di ricongiungersi alla persona amata riaffermando la propria identità nell’amore per l’Altro, è proprio questa natura che lo allontana inevitabilmente da lui.

Grande, amarissimo film filosofico questo di Ficarra e Requa. Partendo da un’incredibile storia vera, gli autori scelgono un registro da commedia per confondere e spiazzare lo spettatore e condurre un’originale operazione di superamento degli stereotipi nella rappresentazione dell’omosessualità nel cinema di genere.

Come afferma Richard Dyer, la stereotipia si attua in relazione a gruppi di persone che rappresentano la differenza – di genere, sesso, razza – rispetto al centro bianco, maschile, eterosessuale della cultura, ed è un modo per definire, schematizzare, tenere l’Altro al proprio posto. Commedia politicamente scorretta alla Farrelly e film carcerario sono dei baluardi del maschilismo omofobico, ma in “I Love You Phillip Morris” diventano il naturalissimo contesto di una love story omosex descritta senza peli sulla lingua e senza paura, sincera, sboccata e poetica, anche per merito di due magnifici interpreti.

Come l’identità trasformistica di Steven, anche il film cambia forma, fondendo commedia grottesca, slapstick, filone carcerario, romance e melo’, in una mutazione continua sotto gli occhi degli spettatori. E l’omosessualità è articolata come un dato di fatto che, partendo dai corpi degli attori, si fonde perfettamente con l’ambiente scenico – narrativo circostante, qualunque esso sia, trovando il modo di affermarsi come vincente e positiva.

Che Steven sia poliziotto, avvocato, uomo d’affari, detenuto integrato nel sistema, malato terminale o fashion-victim tanto affamato di sfarzo e denaro da sfidare i peggiori stereotipi sull’omosessualità, sono solo maschere e travestimenti che la geniale sceneggiatura macina e polverizza per svelare al centro il fulcro della questione: la complessità dell’identità umana, un mistero che solo l’Amore può illuminare.

Uno dei film più gai, liberi ed innovativi degli ultimi anni.

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