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Il blues del destino avverso

Come chi è Terry Reid?
Terry Reid è l’uomo più sfigato della storia.
Scordatevi Pete Best, il primo batterista dei Beatles: Terry se l’è tirata addosso come nessun altro.
Le prove? Un giorno del 1969 un certo Jimmy Page gli dice: “Senti, sto mettendo su una band, ti va di unirti?” Lui ci pensa (troppo poco) e risponde “No grazie, preferisco continuare da solista, ma ti consiglio di chiedere a Robert Plant e John Bonham”.
Non vi basta? Non passa neanche un anno e il nostro viene avvicinato da Mr. Richie Blackmore dei Deep Purple, che gli chiede di rimpiazzare Rod Evans. Terry rifiuta di nuovo e la band ripiega su un certo Ian Gillan…
Poco da fare, Terry era contento per conto suo.
La sfiga ha poi continuato, regalandogli litigi con i produttori e una stringa di album maltrattati già in fase di distribuzione che non hanno saputo rendere giustizia a quel talento prodigioso che l’aveva portato ad aprire per i Rolling Stones alla Royal Albert Hall ad appena 17 anni.
Eppure in tutto questo tempo la fanbase, soprattutto quella americana, è rimasta solida.

Dopo una decina d’anni passati dietro le quinte come session man, Terry è tornato in tour e le sue due date al Borderline di Londra sono sold out da parecchio. E il merito è dovuto finalmente ai suoi primi, piccoli colpi di fortuna: Rob Zombie ha usato ben tre suoi pezzi nella colonna sonora del cult “La Casa Del Diavolo” e Jack White ha voluto coverizzare “Rich Kid Blues” nel nuovo album dei Raconteurs. È il motivo per cui, oltre a tanti coetanei dalla memoria lunga, tra il pubblico c’è più di un giovane pronto a farsi sorprendere da una delle gemme meglio nascoste del cantautorato di fine anni ’60/primi ’70.
Perché nonostante gli anni Terry non ha perso nulla della magia che aveva incantato coloro che ai suoi tempi l’avevano sommerso delle sopracitate ghiotte proposte. Una voce acuta e versatile alla Stevie Winwood, il tocco di chitarra sopraffino alla Neil Young (ma ve li immaginate i Led Zeppelin con due guitar heroes?) e un sound che va dal blues/hard rock dei pezzi più aggressivi al folk californiano delle lunghe ballate.
Manca forse il classico hit, il pezzo immediatamente memorabile, ma è innegabile che Terry ha saputo trasmettere la sua personalità e la sua testarda fiducia in se stesso alla sua musica. In due ore di show ci si ritrova catturati e immersi in scenari d’altri luoghi e tempi, senza un solo pezzo ruffiano, né una caduta di tono, tra le autostrade polverose di “Brave Awakening” e la malinconica west coast della spoglissima cover di “Don’t Worry Baby” dei Beach Boys.
Appena un pizzico di fiuto in più e oggi staremmo scrivendo tutta un’altra storia.

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