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Il buono, il brutto, l’hipster

Benvenuti nella nuova decade. Una volta preso posto, potrete ammirare dal finestrino 17.000 iscritti a gruppi che fomentano l’odio razziale, e una serie di persone che si fanno fotografare con il broncio per sembrare sexy. Mettetevi comodi.

Se all’inizio degli ’00 si deve il lancio mainstream dei White Stripes e il catapultarsi di “Is This It?” degli Strokes ai primi posti delle classifiche del decennio, è dal 2008 che i Vampire Weekend contagiano un pubblico sempre meno di nicchia, imponendosi come uno di quei fenomeni che sono importanti anche senza il senno di poi.
Compariranno, i Vampire Weekend, all’interno dei bilanci della decade stilati nel 2020? È presto per dirlo, eppure in moltissimi ci giurerebbero.

Sono freschi di college, sono intellettualini, tutti li vogliono, Peter Gabriel ne fa le cover, MTV dedica loro un emozionante speciale acustico in occasione dell’uscita del nuovo album. Freschi di latte materno, dite voi? Tuttavia, con una saggezza e una sensibilità melodica esemplari, il quartetto di Manhattan enuclea temi semplici e scale musicali basilari declinando il tutto in soluzioni originali e d’impatto. Non sbagliando, a giudicare da pubblico e critica, un colpo (per il momento).
E si permette, elegantemente, di produrre versi quali:

and on the second floor, the Richard Serra skate park

Non in maniera pretestuosa, tipo: «sento che a questo verso manca un non so che di scultori minimalisti americani». No! La ricercatezza c’è, ma sempre ben contestualizzata, soprattutto perché i Vampire Weekend si muovono su terreni di cui possono parlare con cognizione di causa: il contesto metropolitano, l’opulenza dell’Upper East Side, l’arte (con ponti di metafore lanciati a storia e politica).
Ecco perché finiscono per piacere anche agli hipster, come illustrato nell’immagine qui sotto.

Certo che ne possono parlare, si dirà – Ezra Koenig, cantante e chitarrista, viene da generazioni e generazioni di Ivy League. Ma il fattore-ricchezza è stato sollevato talmente tante volte da essere un po’ stantio. Al massimo, per mettere a tacere i pur giustificati continui accostamenti agli Strokes, diciamo qui che nei Vampire Weekend non sussiste la contraddizione insanabile «sono ricco eppure, guarda, ho i capelli unti». Chiuso il discorso.
Descrivere un contesto sociale con sufficiente spirito critico e un tocco di autoironia non ha mai guastato. La protesta dall’interno è rischiosa ma, almeno per quanto riguarda questi primi due album, non ipocrita.

Ma giungiamo al punto: cos’è che ha reso i Vampire Weekend la soon-to-be big thing? E poi la next big thing? E poi la non si sa se big thing, ma di sicuro qualcosa che si ricorderà di questo finale di Belle “così per dire” époque?
I coretti orecchiabili, le canzoni da due minuti e venti. Sì, e poi?
È perché hanno stile? Ma hanno un non-stile. I Vampire Weekend cambiano la musica? Probabilmente no. Ma attualizzano una lezione e la fanno propria, in una miscela non compromissoria di stili: etica do it yourself; questa sorta di world-punk che cerca una continua dialettica con i Clash; e poi reggae, violoncelli, mbaqanga sudafricano, gioia di vivere.
Due anni fa la novità stava nel fatto che erano i soli a creare una scena di questo tipo. Ora hanno direttamente sciolto nell’acido la scena e sono rimasti loro.

I Vampire Weekend non conducono per mano il grande pubblico all’Africa, anche perché sarebbe un guaio: HIPSTER IN SUD AFRICA – INNUMEREVOLI OCCHIALI GROSSI PERDUTI NELLE ACQUE DEL LIMPOPO.
I Vampire Weekend fanno un diverso che suona familiare. O se non altro non sono gli Interpol.

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