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Il canto del cigno

Cara tastiera del PC che ogni giorno hai addosso la responsabilità di scrivere bene o male di un disco, un film, uno spettacolo, oggi io e te torniamo buone amiche e troviamo insieme le parole adatte a presentare – ancora una volta – Antony Hegarty.

Non fingere di non conoscerlo. Quando accendo lo stereo alzo il volume perché possa sentire anche tu la sua voce. Dopo ogni concerto ho sempre messo le mani su di te per buttar giù la prima impressione. Vuoi farmi credere che non leggi ciò che le tue lettere compongono? Non ci credo.

Anzi, penso che quell’omone leggero come una farfallina abbia commosso anche te. Io ho pianto, tu hai scritto parole belle: un po’ ci somigliamo. Anni fa ci chiedevamo di chi fosse quella voce angelicata; in pochi ci sapevano dare risposte, ma di lì a poco le cose sarebbero cambiate. Il primo disco, i primi live, il successo a portata di YouTube.

Dall’esordio con “Antony And The Johnsons” son passati dodici anni. Lo abbiamo visto truccato con alle spalle la video arte che sceglieva per i suoi concerti. Lo abbiam visto passare per i TG che sottolineano le ultime tendenze, in tempi in cui lui ultimo non era. Gli abbiamo fatto cantare tante volte le nostre canzoni preferite, da dedicare a sorelle, amori e momenti passati. Cantando i suoi brani abbiamo stonato più del solito. Perché una voce come la sua è difficile da rifare, anche solo da immaginare.

Lui è l’omone dolce delle canzoni strappalacrime.

Lui è il frocio da rivista di moda che incuriosisce tutti. Sta bene in copertina, e sta bene nella pagina delle novità. Merita un articolo nella sezione Musica e uno in Styling. E anche uno in Curiosità. Lui è sull’iPod di uomini in giacca e cravatta e di musicisti scapigliati, letterati e matematici. Lui è lontano dalla musica commerciale, ma sa commerciare le note come nessun altro.

Lui voleva essere donna, ed è nato uomo. Ci ha pensato la voce a farlo andare al di là del genere.
E per una donna imprigionata nel corpo di un uomo ci sarà sempre una storia che verserà lacrime. Antony ha unito quelle lacrime e ci ha formato un oceano di suoni. Ha preso le note dalla natura inquieta che da sempre si agita dentro di sé e le parole dalla sua vita. Ha composto dei testi che hanno riempito quattro dischi, quattro meravigliosi regali.

Ai concerti, però, spesso ci siamo chieste quale fosse questa canzone, o quell’altra, non ricordandola in nessuno dei lavori in studio. Erano brani inediti, altri piccoli omaggi che Miss Hegarty impacchettava per i suoi spettatori, gli stessi oggi racchiusi nell’ultima scatola magica che abbiamo in mano.

È arrivato il momento di “Swanlights”.
[PAGEBREAK] “Swanlights” è una raccolta di pezzi finora presentati solo durante i live. Non è difficile accorgersene, basta far partire la prima traccia, quella “Everything Is New” che si stampa in testa al primo ascolto. Perfetta all’apertura di un disco nel quale niente è nuovo.

Come nel balletto di storica memoria, anche il cigno di queste tracce ha due volti, due sensibilità opposte, due entità che lottano per cercare il proprio volto riflesso nell’altro. Si rincorrono tra le canzoni: il cigno bianco ci mostra il luogo delle anime dopo la morte, quello nero ci spruzza la musica che più gli piace. Il cigno bianco s’innamora e il suo alter ego compare nella title track chiudendo l’ascolto in un labirinto. Le mura alte, e il vento forte. Il percorso lungo e poco fiato. Il nero l’unico colore possibile.

Torna la pace nel brano seguente. I ricordi di “Thank You For Your Love” sono tradotti nelle immagini di un Antony giovane e bellissimo nel video che accompagna il primo singolo. Parole scritte nel ’92, appena giunto a New York, per ringraziare qualcuno che gli è stato molto vicino in quel momento. Banale e struggente come tutti i ringraziamenti. In più c’è la sua voce. E il banale cade con la facilità del solubile in acqua.

Nico Muhly e l’orchestra sinfonica non sono gli unici ospiti del quarto lavoro firmato Antony and The Johnsons. “Fletta” arriva dalla Giamaica, un pezzo nato accompagnando Björk al pianoforte, bofonchiando parole islandesi unite ad una non-lingua. Il risultato è il viaggio in una terra lontana dalla metropoli dell’omone-farfalla. Un’artista che apre la porta di casa sua e un altro che entra, si accomoda e accetta da bere. Nasce il Bello. Nasce la Melodia.
E io e te, cara tastiera, non siamo abituate a scrivere di un disco così nel profondo. Magari dovremmo lasciare da parte le nostre sensazioni e suggerirne solo alcune a chi leggerà questa recensione. Ma poi mi chiedi di aspettare. Vuoi che il disco finisca per sapere dove ti porterà. Ti accorgi che la chiusura è un inno all’occhio femminile, all’orecchio corrispondente e alla storia da riscrivere con mani diverse.

Ti accorgi che ti sei messa a nudo pur di parlare di un cantautore e dei suoi lavori. Che consideri regali. Ma quelli sono regali per tutti, per chi comprerà il disco, e per chi lo scaricherà dal programma più veloce. Per te da questo lato del mondo e per chiunque altro nel punto esattamente opposto dell’emisfero.

Insomma, hai deciso di scrivere cose coraggiose? Bene, la prossima volta impara a prendere le distanze. E ora, sbrigati!, scrivi forte che questo disco – fatto di nessun inedito – è la cosa meno inutile che Antony Hegarty potesse fare. Dillo a tutti, anche a chi ne parlerà male.

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