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Il carnaio dei Melvins

I Melvins, la storia della musica, da Aberdeen sono arrivati al Magnolia per la gioia di Simone Ravasi (che fa parte dello staff).

I fan della band accalcati sotto il tendone che, come me, li vedono (vedono? io non ho visto nulla, immersa nel carnaio del tendone) per la quarta, quinta volta sono i più eccitati. Ci si suddivide in due gigagruppi: i fan brutti e cattivi, che fanno paura, ed i fan giovani sfigati e tenerelli, che ballano fuori sincrono in modo goffo e casuale.

Il concerto si apre con “Rawhie” in filodiffusione, quindi sul palco ci sono chitarra e batteria, Buzz Osborne, cioè King Buzzo, voce e chitarra, e Dale Crover alla batteria batteria.
Il set è più contenuto, più blues. I pezzi eseguiti sono per lo più dell’ultimo album, “Nude with Boots”.
La seconda parte del set verde l’arrivo di Coady Willis, mancino, alla seconda batteria, e Jared Warren al basso. E la musica si fa di pancia, dominata da un basso distorto e strizzabudella. Due batterie (una mancina, una destrimane), delirio e qualcuno si fa anche un po’ male nella mischia. Le batterie si scatenano, dimostrando una tecnica paurosa, noise, stop and go, dilatazioni space-rock, si fa “Hooch” e “Billy Fish” e “The Smiling Cobra”.

Delirio tra l’hardcore punk e lo sludge metal, il grunge e lo stoner. Ripresa più soft nei bis (dopo la sigla dell’”A-Team”) con le canzoni storiche della band. Precisione innanzi tutto. Il pubblico sembra rapito ed in trance. King Buzzo come sempre fa sedere tutti i presenti. Impressionante vedere un intero capannone di gente seduta.

I Melvins son una band da vedere, almeno una volta nella vita.

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