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Il cartello delle major

Riprendiamo un vecchio discorso. Abbiamo più volte evidenziato come i brani acquistati su internet costino ben 0,79 centesimi: che, moltiplicato per tante canzoni quante ve ne sono in un album, equivale a pagare, nel complesso, lo stesso prezzo di un cd in un negozio di musica. Perché allora sborsare la stessa somma per un prodotto (quello digitale) che, al contrario di quello materiale, non ha tanti lustrini (per es. foto e testi) e non risente dei costi di produzione (il packaging, la stampa del libretto e del cd fisico), di distribuzione e di vendita al dettaglio?

Semplice! Perché c’è un cartello!
Se ne sono accorti i consumatori già da tanto tempo. In particolar modo hanno notato la stranezza del comportamento di certe major (la EMI Group, Emi Music North america, Universal, BM, Vivendi Universal Music Group, Warner Music Group Corp., Sony Corp., Sony BMG e Bertelsmann) che si erano rifiutate di vendere attraverso eMusic, un rivenditore che praticava prezzi molto più contenuti.

Così sono state riunite presso la Corte Federale di New York ben 28 cause già intentate sul territorio degli U.S.A. tra la fine del 2005 e il luglio 2006, tutte contro le grandi sorelle del disco.
In prima istanza, il tribunale di N.Y.C. aveva rigettato la domanda, ritenendo non sufficienti gli elementi di prova contro le industrie discografiche.
La Corte d’Appello, invece, non condividendo il parere del giudice di primo grado, ha formulato un giudizio di ammissibilità dell’azione. Che ora entrerà nel vivo dell’istruttoria vera e propria.

Il comportamento contestato alle major sta nell’aver stretto un accordo volto ad impedire il ribasso dei prezzi, gonfiando le cifre richieste ai consumatori; nell’aver mantenuto licenze particolarmente restrittive, optando per canali online più profittevoli come iTunes.
In altre parole, le case discografiche stavano cercando di far entrare dalla finestra ciò che, legittimamente, era uscito dalla porta.
Il mercato del supporto materiale non tira più? Bene, i forzieri delle big ones dovevano rimanere intatti e lucrare sul più moderno mercato on line. Le industrie, vecchi dinosauri del business, proprio non ne volevano sapere di rinnovarsi. E questo sempre a discapito dei consumatori.

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