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Il caso CocaColla

La registrazione dei nomi a dominio è divenuta una vera e propria guerra commerciale all’accaparramento dell’indirizzo più cliccabile dagli utenti del web; ma l’iniziale possibilità di acquistare liberamente nomi di qualsiasi tipo ha generato fenomeni come il cybersquatting (squat = occupare) o il cybergrabbing (da grab = arraffare), ossia l’occupazione abusiva di domini corrispondenti a nomi di marchi noti registrati o di personaggi pubblici.

Uno dei più recenti casi è quello che ha coinvolto i titolari del dominio CocaColla.it, diffidati dalla nota azienda americana a chiudere i battenti a causa della confondibilità con il nome del drink a bollicine nere.

CocaColla.it era un blog di successo che, dal 2010, si occupava di arte, design, advertising, lifestyle e trend della rete. Gli uffici legali della Coca-Cola Company hanno recapitato ai titolari del blog due lettere di diffida, chiedendo di abbandonare il nome a dominio e cedere nei loro confronti l’URL www.cocacolla.it, pena la citazione a giudizio.

Il 5 marzo CocaColla ha preferito chiudere, evitando la diatriba legale. Ma è stata una scelta saggia? Si poteva realmente parlare di rischio confusione tra due brand che praticavano attività completamente diverse e, soprattutto, quando l’uno poteva classificarsi come la chiave umoristica dell’altro (diritto di satira che, ricordiamo, viene tutelato dal diritto d’autore)?

Così leggi e tribunali, nel tentativo di disciplinare il mercato, si sono sforzati di inquadrare il dominio ora come un prodotto tutelabile con il diritto d’autore, ora con le leggi sulla proprietà industriale.

L’articolo prosegue su “La Legge per Tutti” a questo indirizzo

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