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Il cast di “Signorinaeffe” in conferenza stampa

Alla conferenza stampa di “Signorinaeffe” il cast ci ha raccontanto come si è preparato all’interpretazione di personaggi vissuti negli anni ’80, quando la maggior parte di loro era poco più di un bambino.

Cosa ricordate di quel periodo, e su quale direttrici avete costruito i vostri personaggi?
Valeria Solarino: Be’, io nel 1980 non ero nemmeno nata…però quand’ero bambina mi ricordo che a Torino in agosto non c’era nessuno, perché quello era il mese in cui le fabbriche chiudevano e gli operai erano obbligati ad andare in ferie ad agosto. I tempi della città erano i tempi della Fiat. Era proprio come si vede nel film. Emma non ha una consapevolezza del mondo operaio. Gli operai stavano scioperando non perché non vogliono lavorare, ma perché volevano acquisire certi diritti. Il percorso di Emma, la sua difficile convivenza con Sergio, e la sua scelta finale, seguono un percorso che porta alla consapevolezza. La sua è una consapevolezza, non un tornare indietro.

Filippo Timi: Avevo sei anni negli anni ’80, mio padre era un operaio, e il mio personaggio me l’ha ricordato molto. Non sento Sergio come un Socrate. Semplicemente, non ce la fa con le parole, quindi sta zitto. Non ha proprietà di linguaggio, e più si sente fragile, più diventa aggressivo. Anche il primo incontro con Emma è un incontro del corpo, fisico, quindi sono un brutale, in senso buono… Sergio attraversa un travaglio doppio. La prima perdita è non riuscire a sentire la terra sotto ai piedi. A me è capitato di innamorarmi, e sentire che, proprio nell’apice della gioia, sento che sta precipitando tutto. Poi la perdita del lavoro, che porta al precariato. Il precariato può offrire solo un’identità spezzettata. E i giovani d’oggi nascono già con i sogni frantumati. Forse è meglio così, hanno già una corazza. All’epoca invece, c’era un impegno collettivo, per cui i problemi si affrontavano insieme. Le lotte di classe erano una reclamazione dei propri diritti e della loro tutela. Oggi invece ognuno è solo.

Fabrizio Gifuni: Ricordo che quelli furono anni bui, grigi, in cui il cosiddetto riflusso cominciava ad essere percepibile. Wilma si fa carico di raccontare un momento centrale della storia del nostro paese. Io ho accettato subito d’interpretare Silvio perché mi è parso che tutti i personaggi della storia restituissero una complessità. L’ingegnere silvio inizialmente sostiene le condizioni degli operai, poi viene bastonato da uno di loro. È un personaggio molto opaco, ma poi ad un certo punto si scattivisce. Mi piaceva il fatto che non ci fosse mai una sola faccia.

Sabrina Impacciatore: Provo nostalgia per ciò che non ho vissuto. È quello che mi è mancato nella mia educazione. Mi è mancato il senso di lotta, che invidio molto perché sono una lottatrice. Il personaggio che interpreto, magda, è la sorella sfigata, ma è lei la vera libera. Da lei la famiglia non si aspetta niente. Per questo, sono arrivata alla conclusione che la mancanza di ambizione dona la libertà.

C’ è stata una scena più difficile delle altre?
V.S.: Quando entro in cucina e mangio tutto quello che trovo. È fisicamente difficile, perché piangendo ti si chiude lo stomaco. E poi è stata una grande esperienza lavorare con attori che hanno un’esperienza più lunga della mia. Tra l’altro un episodio curioso: un operaio si avvicina e mi dice: “certo che fate un lavoro veramente faticoso, ripetete semprel la stessa scena tutto il giorno, come fate?” E io. “ma forse anche voi ripetete sempre la stessa scena”, e lui mi dice: “ma noi facciamo le macchine”.

Ci sono punti in comune tra Wilma Labate e Harold Pinter?
Fausto Paravidino
: Buona parte del divertimento nel fare l’attore sta nella differenza del vestito che mi offre Wilma rispetto a quello che mi offre Pinter. Forse, una cosa in comune c’è: cercare di utilizzare la narrazione drammatica per riferirsi all’ordinamento politico della società. In questo non si esce mai vincitori, ma farlo è assolutamente neccesario.

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