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Il cinema che si fa vita

La vie d’Adèle“, il film di Abdellatif Kechiche Palma d’Oro all’ultimo Festival di Cannes e da oggi nelle nostre sale, non è etichettabile come storia lesbo: è una grande storia d’amore e un amore come tanti, passionale, viscerale, affamato di vita, che cerca fin nelle pieghe più totalizzanti della scoperta del piacere (quelle in cui alla pienezza totale corrisponde paradossalmente l’abbandono, l’annullamento totale) e, a rovescio, del dolore. Kechiche scrive, con tocco leggero e grande raffinatezza psicologica, il romanzo di formazione di un’adolescente (Adèle Exarchopoulos) che scopre la propria sessualità, si difende dai tentativi di emarginazione, si innamora e vive intensamente la sua passione fino alle prime divergenze e alla solitudine del declino, si impegna per coltivare i suoi interessi e raggiungere l’obiettivo di diventare un educatore; insomma, cresce.

Una storia che mette alla prova i protagonisti in quell’estenuante e sorprendentemente pregnante lavorio che sono le relazioni umane, in particolare quelle d’amore; che mette in gioco i sentimenti con una sincerità che dona ad Adèle dolcezza e ingenuità, ma anche, con una certa crudezza poetica, il coraggio della propria autodeterminazione, la libertà di essere se stessa come scelta per nulla scontata, e che anzi, pone la protagonista di fronte a una serie di situazioni funzionali all’arco di trasformazione del personaggio, dall’adolescenza ad una nuova consapevolezza. Il personaggio di Adele diventa così un’eroina da romanzo, ritratto con una narrazione d’ampio respiro e con una sensibilità di sguardo fuori dal comune, capace di grazia e visceralità, di naturalezza che non è naturalismo, ma proprio la vita nella sua scabra materialità e negli impercettibili sommovimenti dell’anima.

Non ci sono scene volutamente poetiche, e non si tratta neanche di iperrealismo, o di stile documentaristico, è proprio il fluire della realtà punta sul vivo, cioè in quei momenti quotidiani e di per sé cinematograficamente neutrali, che vanno a costituire un continuum narrativo denso di senso e avvincente come un grande romanzo: mangiare, dormire, rincorrere l’autobus, leggere, andare alle manifestazioni, insegnare in una classe elementare, fare l’amore, ballare, conversare ad una festicciola in giardino, lavare i piatti, sono tutte azioni che di per sé non hanno pregnanza cinematografica, ma Kechiche è in grado di cogliere l’attimo fuggente, e non si tratta del legame arte-vita, è il cinema-fatto che acquisisce quel prezioso senso di indefinito della vita.

È stato giustamente osservato che alla vita fatta cinema siamo già abituati (e forse anche assuefatti) qui invece si attua il procedimento inverso, è il cinema che si fa vita; non solo, il cinema che riprende la vita supera se stesso per traslare e librarsi nello spazio arioso, tutto cinematografico, di una nuova vita.

Kechiche si attacca con la videocamera ai suoi personaggi: riprese a spalla, a precedere o a seguire, insistenza sui primi piani, fino a farci prendere confidenza con i minimi dettagli espressivi della bocca, con i pori della pelle e i suoi rossori di rabbia o d’emozione. L’effetto non è quello di una regia esibita, tutt’altro: la regia di Kechiche tende a scomparire, in una poetica che va oltre il cinèma verite, la frammentarietà della vita catturata dal cinema con una valenza del tutto intellettuale. Una poetica, quella di Kechiche, costruita su una doppia apparente contraddizione: la scelta di rendere impercettibile la regia cinematografica si basa in realtà su una iper-presenza quasi ossessiva della macchina da presa, che ci ipnotizza e ci immerge completamente in un mondo da cui, dopo tre ore, quasi dispiace distaccarsi. Una poetica apparentemente molto poco cinematografica, che rivela una scelta stilistica molto forte.

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