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Il Cinema Ritrovato 2010: I wanna be somebody

Harry Fabian, il protagonista di “Night And The City”, vive nei bassifondi di Londra. Sbarca il lunario con lavoretti saltuari, cercando di lavorare d’astuzia per emergere dal sottobosco di faccendieri di mezza tacca e piccoli criminali. Coltiva, in modo confuso e indolente, il sogno della ricchezza, del potere: vuole essere qualcuno, come spesso ripete, e per questo rincorre disperatamente l’affare che possa garantirgli il riscatto, trascurando la sua fidanzata, immischiandosi continuamente in piccoli affari sporchi, alla perenne ricerca di qualche sterlina per poter dare sfogo ai suggerimenti imprenditoriali che il suo ingegno di strada gli suggerisce.

La storia, sceneggiata in modo straordinariamente moderno (il film è del ’50) nei molteplici incroci e colpi di scena che punteggiano le avventure di Fabian (brillantemente interpretato da Richard Widmark), si ritrae con equilibrio ed efficacia, a tratti, per lasciare il proscenio a una Londra scura che sembra lasciar intravvedere frammenti di una realtà metropolitana che appartiene alla contemporaneità. Proprio su questo equilibrio, tra l’altro, si sostiene la forza del film di Jules Dassin (qui alla sua prima prova europea), che cerca con occhio attento di riportare agli occhi dello spettatore un nutrito bagaglio di esempi della fumosa vita degli underdogs londinesi – dal gestore del racket delle elemosine al contraffattore di documenti – che varcano continuamente e in ogni direzione il labile confine tracciato tra affaristi senza scrupoli, tirapiedi e criminali veri e propri.

È un mondo in cui tutti giocano tutti, in cui opportunità ed espedienti galleggiano su un mare continuamente increspato dal denaro (motore assoluto di tutto) e che può farsi improvvisamente tempestoso al volere dei pezzi grossi, che alla fine vincono, ma che Dassin si diverte a ridisegnare – nell’ottica di mescolanza, anche etica, in cui necessità e virtù si sovrappongono cancellandosi – con tratti di inattesa umanità, qua vinti da una inattesa passione amorosa, là disarmati da un sentimento (peraltro arcaico) di rispetto filiale. Fabian, come Icaro, vuole troppo, e si brucia le ali: ma il suo percorso comprensibilmente (dato l’anno di produzione) moraleggiante è solo un fil rouge in una rappresentazione vivida e attenta di un caos urbano minuto e disgregante che a tratti pare addirittura sfiorare, nelle sue intuizioni, il post-moderno.

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