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Il Cinema Ritrovato 2010: Il sesso debole?

Ottimo promemoria per tutti quelli che, abituati da estenuanti maratone di “Sex and the City”, sono convinti che il cinema al femminile sia rigorosamente coincidente con ciò che negli States chiamano “chick flics”, la rassegna “Senza paura, senza paragone: le donne avventurose del muto“, curata per il “Cinema Ritrovato” da Monica Dall’Asta e Mariann Lewinski ha offerto al suo interno un piccolo caso avvolto da un sottile ma intrigante alone di mistero.

Si tratta de “L’Ultima Fiaba“, film italiano del 1920 appartenente ad una nebulosa saga imperniata sul personaggio di Astrea. Il titolo stampato in testa alla pellicola, in effetti, è proprio “Astrea”, ma la trama non corrisponde alla prima pellicola della serie, “Justizia”, distribuita a suo tempo proprio con il succitato, e alla luce dei fatti fuorviante, titolo. E qui il lavoro dello staff della Cineteca di Bologna diviene fascinosamente simile a quello svolto da Johnny Depp ne “La Nona Porta” – se il suo Dean Corso era un detective di libri, gli studiosi e i restauratori dell’equipe bolognese sono a tutti gli effetti dei detective di film, e d’altra parte il titolo con cui l’opera è presentata rimane ad oggi una semplice ipotesi.

Al di là del piccolo e gustoso giallo, “L’Ultima Fiaba” ben rappresenta una tradizione negli anni largamente dimenticata, recuperata massicciamente in seconda battuta soltanto da certa cultura pop e post-fumettistica, quella dell’eroina d’azione, della donna maciste, come viene brillantemente definita nella pubblicazione della Cineteca. Nel film, come d’altra parte in molte altre pellicole presentate all’interno di questa sezione, Astrea fonde in sé tratti di determinazione, forza e aggressività di matrice fortemente maschile (anche nell’abbigliamento), prestandosi a un intreccio sostanzialmente semplice (il salvataggio di una bambina rapita da uno zingaro e una cacciatrice d’eredità), posto a metà strada tra un action ante-litteram e una commedia d’epoca, in cui peraltro la fase comica ricade quasi esclusivamente sul comprimario Polidor, caricaturale aiutante della vigorosa donna. Ciò che ne risulta, per quanto datato nelle sue dinamiche, è un film gradevole e soprattutto sorprendente, capace di aggiungere un tassello importante, in prospettiva storica, al nostro corrente concetto di “diva”. Ideale conclusione, peraltro, di una proiezione-evento musicata dal maestro Alain Baents e aperta da due corti che ampliano ulteriormente il punto di vista su questa (ri)scoperta delle donne d’azione. Il primo è un montaggio di frammenti riguardanti la danese Emily Sannom, detta al tempo Pearl White, temeraria diva a cavallo tra recitazione e professionalità da stuntman, impegnata in azioni da brivido, in volo su un biplano piuttosto che appesa alle pale di un mulino a vento. Il secondo, intitolato “Le Sorelle Bartels”, è una breve quanto gustosa ripresa delle doti acrobatiche delle due giovani atlete del titolo, capaci di evoluzioni da grandi ginnaste.

Va chiaramente tenuto presente che la cinematografia, al momento della realizzazione di questi lavori, è ancora un’arte tecnicamente esplorativa, in cui si sonda e si stimola la meraviglia attraverso la riproposizione del gesto, che qui ha un sapore acrobatico squisitamente circense. Negli anni questo genere di opera non-narrativa diventerà territorio di altri media, ma il piacere di ritrovare le radici di un linguaggio cangiante come quello cinematografico resta innegabile.

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