Home > Zoom > Il Cinema Ritrovato 2010: L’età dell’innocenza

Il Cinema Ritrovato 2010: L’età dell’innocenza

Sotto Il Sole Di Roma” è un film strano, prevedibile ma sgusciante, patentemente italiano ma scarsamente incasellabile – non è un caso che venga presentato nella sezione “Anni difficili: il cinema italiano prima dei codici”. Perché l’onda neorealista non è ancora giunta a scuoterne l’espressione, perché la mescolanza di registri (dramma, commedia, farsa, e non solo) ne muta la voce spostandola senza soluzione di continuità tra i divertiti affreschi à la “Poveri Ma Belli” alla grazia dolente di “Ladri Di Biciclette”, perché l’afflato edificante richiama anche Guareschi, e tutto questo si sposa a una coralità in cui la cornice scenografica diventa personaggio vivido e i sentimenti si intrecciano con un’innocenza che è figlia della vaghezza post-bellica, del forte impulso vitale e dell’oceano di potenziali futuri che la tabula rasa del secondo conflitto mondiale ha lasciato in eredità.

Nel film di Renato Castellani, che vede tra le firme anche Suso Cecchi d’Amico (e un giovane Alberto Sordi in un ruolo secondario), l’innocenza fa a volte rima con indolenza, altre con canaglieria, altre con salvezza. Ed è comunque destinata a terminare bruscamente, perché la fine è inscritta nella stessa ingenua bellezza con cui le minute vicende popolari vengono offerte allo spettatore con una costruzione che gravita attorno ai giovani – come giovane, d’altronde, è un’Italia che si sta risvegliando dalla distruzione, e poco importa che il film sia ambientato nel 1944: il punto di vista è chiaramente post bellico, non consolatorio ma speranzoso, non assolutivo ma aperto.

C’è, insomma, un senno di poi che ridisegna ogni meccanismo, ogni azione: dai primi baci alla povertà vissuta come un dato di fatto (la trama è sostanzialmente imperniata sulle vicende di un gruppo di giovani popolani romani), dalle mascalzonate che sono patrimonio intrinseco di uno stile di vita oggi forse incomprensibile agli espedienti, fino al deterioramento, il trapassare di cose e persone, che sembra un fatto fisiologico, conosciuto. E poi c’è l’odore ancestrale, profondamente italiano (e forse ancor più romano), di quella brulicante umanità che usa l’istinto come risposta a uno smarrimento atavico generato da dimenticanza del passato e proverbiale difficoltà ad avere un approccio strutturato e progettuale al futuro. E che, così facendo, continua – spesso ciecamente – a muoversi.

Scroll To Top