Home > Zoom > Il Cinema Ritrovato 2010: La riscoperta di “Youth Runs Wild”

Il Cinema Ritrovato 2010: La riscoperta di “Youth Runs Wild”

Il lavoro di riscoperta e recupero, per una ricostruzione della memoria storica cinematografica, ha un valore cruciale, anche quando passa attraverso la proposizione di opere discutibili, qualitativamente deboli, tanto da essere rinnegate, a posteriori dagli stessi artefici – è questo il caso di “Youth Runs Wild” di Mark Robson, al punto che il produttore Val Lewton tentò in ogni modo, invano, di far cancellare il proprio nome dai titoli. Il film, tra l’altro, era un’opera targata RKO, major americana di gran lusso che aveva prodotto, tra gli altri, “Quarto Potere” di Orson Welles, e si fregiava, tra le firme, di un nome poi divenuto imprescindibile come quello di John Fante, qui soggettista e sceneggiatore.

“Youth Runs Wild”, tratto da un fotoromanzo intitolato “Are These Our Children?” apparso sulla rivista Look, resta tuttavia ancorato pesantemente al suo imprescindibile contesto storico, quello di un 1944 sospeso, per gli States, tra massimo sforzo bellico e tentativo plateale di imporre capillarmente, presso ogni strato sociale, una way of life densa di spirito tradizionalista, ottimismo da boy scout, conservatorismo wasp. Non è quindi un caso che nel film, in cui non appaiono persone di colore (tolti pochi fotogrammi che ritraggono una band di musicisti in una dancing hall) e in cui le persone si destano e scendono dal letto sfoggiando permanenti intonse e sorrisi durban’s, il proposito moralizzatore, l’intento edificante scavalchi di gran lunga quelle problematiche legate all’angst generazionale che il titolo potrebbe altresì suggerire – l’assonanza con “Rebel Without a Cause” (ma anche con una nota canzone degli Skid Row!) richiama un sottotesto totalmente assente nel film di Robson. Che si impernia così su una costruzione fatta di fotografia patinata, didascalismo ingenuo quanto parossistico, inquadrature e voice-over che rimandano più ai noti video d’istruzione scolastici che a un’opera cinematografica propriamente detta.

A sottolineare la personalità della pellicola, un intreccio monodimensionale che dipinge le vicende di alcuni giovani spostati ma non troppo, compressi tra la perfezione etica di famiglie patriarcali e squisitamente orientate verso un’operosa vita di istruzione e lavoro, e le devianze suggerite dal sorgere di desideri di potere, ricchezza, dall’incrinarsi delle meccaniche che conducono alla creazione di famiglie tradizionali. “Pinocchio”, insomma, potrebbe sembrare un libro di Burroughs.
Ma questa sovrapposizione tra lampante spirito propagandistico e intenzioni creative, sovrapposizione in cui il primo fagocita le seconde, rende conto in maniera vivace, interessante, istruttiva di una prospettiva che dobbiamo necessariamente tenere in conto quando tentiamo di leggere la cultura a stelle e strisce (ma non solo) contemporanea. E proprio per questo il lavoro di riscoperta, paradossalmente, si fa ancora più intrigante quando riporta alla luce dimensioni artistiche e storiche ormai obliterate dal tempo e dal progresso, stridenti, nella loro obsolescenza, con il gusto della contemporaneità.

Scroll To Top