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Il Cinema Ritrovato: Il nero dentro di noi

Terza giornata del piacevole ed imprescindibile – per un cinefilo vero – “Festival del Cinema Ritrovato”. Sullo schermo, nella rassegna “Alla ricerca del colore dei film”, l’atipico western “Track Of The Cat” (“La Belva”), di William Wellman. Pellicola di forte sapore letterario – è tratta dall’omonimo romanzo di Walter Van Tilburg Clark – che spicca per il colore programmaticamente povero, tinte scure e desaturate su cui spiccano a tratti, nei paesaggi nevosi e negli interni simbolicamente claustrofobici, le vesti dei protagonisti, in particolar modo un cappotto rosso che pare metafora visiva, testimone, dello status di pietra angolare dell’intreccio.

Perché la storia, resa immediata e gradevole da uno spirito naif frutto della sensibilità americana tanto quanto dei tempi, è un incrocio – debitore nei confronti della letteratura di Eugene O’Neill – dei grandi conflitti universali che scuotono l’umanità: dualismi come quello tra femminile e maschile, tra modestia e presunzione virile, tra fede e cinismo. Tra bene e male, un male interiore e completamente ingenerato nello spirito dell’uomo, e qui fatto carne dalla presenza – sempre negata, mai ripresa – della pantera (la belva del titolo) che accende il motore della vicenda. L’animale, il cui arrivo è preconizzato da un sensitivo pellerossa e giunge contemporaneamente alle abbondanti nevicate, terrorizza il bestiame di una famiglia di fattori.

Ed è proprio la caccia alla bestia che innesca un effetto domino necessario a incrinare lo statico equilibrio che lega la burbera matrona, unita a un marito beone e grottesco, ai suoi tre figli – uno sommesso ed equilibrato, uno, il minore, timido e complessato, nonostante in procinto di sposarsi, il terzo, che ha il volto di Robert Mitchum, forte, baldanzoso, egoico. A contorno, l’elemento imprescindibile del femminile, incarnato dalla figlia zitella, ma portatrice di un bagaglio di sensibilità necessario, e Grace, la promessa sposa del figlio più giovane, che funge da perno su cui ruota l’elemento erotico che scorre sommessamente parallelo a quello del maligno – e che se da un lato incrina gli equilibri, dall’altro sembra offrire una via d’uscita dalla statica deformazione dei rapporti interni alla famiglia.

Eros e thanatos corrono quindi paralleli su un mondo che da grigio e quasi monocromatico, nonostante il technicolor, arriva a mostrare la loro prorompente carica (molte le sequenze e gli oggetti di chiara portata metaforica, in primis i numerosi fuochi) in grado di offrire alla vita un carburante dolce da un lato, tragico da un altro, ma inequivocabilmente necessario affinché gli individui, e l’umanità tutta, possano intraprendere con successo un cammino non solo verso la sopravvivenza, ma verso la loro stessa espressione compiuta, la loro stessa evoluzione.

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