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Il Cinema Ritrovato: Spari nel vuoto

Avevamo incontrato Gian Vittorio Baldi a Venezia, per parlare del restauro del suo notevole “Fuoco!“, e ci eravamo calati in una conversazione che, prendendo le mosse dal nucleo emotivo/narrativo del film (la rabbia cieca e irrazionale coniugata profondamente con frustrazione ed emarginazione sociale) si era spostata verso lidi di estetica assoluta.

Perché “Fuoco!”, oltre ad essere un’opera vibrante e – nelle parole dello stesso Baldi – pienamente realizzata nello spirito del ’68, è un film di grandissima importanza sperimentale, di forte consistenza squisitamente cinematografica. Girato in presa diretta, fondato su una serie di piani sequenza, “Fuoco!” mantiene oggi come allora intatto il suo potenziale critico che si dipana dai fotogrammi in molteplici direzioni – e non è un caso che lo stesso regista (sceneggiatore e produttore) Baldi abbia parlato di questo film come di un oggetto molto delicato, nella sua esperienza artistica e umana, qualcosa con cui confrontarsi e dover necessariamente fare i conti, anche in maniera complicata e forse dolorosa.

E se a livello di significati e di proposte sociologiche il film è molto denso, ma vive soprattutto della sua contestualizzazione storica, sul piano del linguaggio ci troviamo di fronte a un vero e proprio gioiello, carico di intuizioni tanto spericolate quanto intriganti. A cominciare dalla sostanziale afasia del protagonista – che in tutto il film ha due righe di copione – passando per l’assenza totale di spiegazioni degli eventi, passando per il modus operandi seguito da Baldi in lavorazione, teso a escludere il montaggio come rielaborazione espressiva del materiale girato: perché tutto è coincidente con l’idea del regista, tutto si esprime compiutamente nella composizione dei quadri, nei movimenti di macchina, nelle giustapposizioni che sono semplice unione delle diverse sequenze. Dinamiche, queste, foriere di tanti paradossi creativi e artistici, di dissidi interiori che devono necessariamente aver toccato fortemente la sensibilità cinematografica dell’autore – perché se è vero che la materia filmica deve essere la traduzione reale di quello che è il piano teorico, potenziale, racchiuso nella mente del regista, e che la ripresa deve essere ripetuta finché le due non coincidono, nel passaggio al concreto dall’astratto deve giocoforza avvenire un processo di mutazione, di arricchimento, di modificazione. E quindi ci si trova di fronte a una sorta di contraddizione insanabile che rende il processo creativo plausibilmente infinito, o semplicemente necessariamente imperfetto e parzialmente eterologo.

Tanti, quindi, gli spunti di approfondimento offerti da questo film poco noto presso il grande pubblico, ma la cui riscoperta rappresenta sicuramente un imperativo per tutti i cinefili di attitudine più analitica e dubitativa. Riscoperta che, d’altronde, può oggi basarsi anche su una pregevole edizione in DVD del film, edita proprio dalla Cineteca e corredata da un volume monografico curato da Roberto Chiesi, la cui presentazione è stata al centro dell’odierna proiezione al Festival.

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