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Il cinema visto da dentro

Già dal titolo del suo film, “Great Directors”, Angela Ismailos non fa segreto della sconfinata ammirazione per gli artisti che l’hanno spinta a realizzare questo progetto. Dieci registi che discutono del loro cinema ma, soprattutto, del cinema. Nel film Angela Ismailos lascia la parola a loro e mette in luce, senza interferenze, i vari punti di contatto e di contrasto. Ma non è possibile parlare di film impersonale, quando la narrazione gravita intorno alle figure più influenti nella vita, artistica e non, della regista. In conferenza stampa, la Ismailos siede accanto a tre dei protagonisti del suo film: Liliana Cavani, Todd Haynes e John Sayles.

All’inizio del film lei dice di non sapere cosa cercare, di essere in cerca di un filo conduttore. È riuscita a trovare un legame o ha trionfato l’individualità di ogni regista?
A.I.: Non intendevo dire di non sapere cosa stessi cercando, ma non avevo uno script preciso che mi dicesse che linee seguire. Ognuno aveva una personalità diversa, ho passato ore ed ore con loro e sono riuscita a trovare un filo dopo due anni di montaggio.

Come regista, Liliana Cavani, lei che impressione ha avuto nell’ascoltare pareri diversi riguardo al fare cinema?
L.C.: Questo film mi ha sorpresa ed entusiasmata. Non è mai noioso, didascalico, pretestuoso e soprattutto è umanamente ricco: è evidente che ogni regista ha i propri entusiasmi, le proprie passioni, angosce, persino delle “fisime” e cerca di realizzarle convinto di non essere solo, di avere qualcuno nel mondo con cui trovare punti di contatto. Ne emerge un racconto umano, questi registi sono quasi un sismografo di ciò che accade nel mondo dal punto di vista ideologico, del senso dell’esistere.

Dal punto di vista strutturale, i due registi italiani non sono molto presenti in rapporto agli altri. Da cosa è dipeso?
A.I.: È quasi come avere dieci, o cinque bambini. Come giustifichi il tempo che passi con ciascuno? Io ho cercato di muovermi soprattutto da un punto di vista tematico. Purtroppo, per rientrare nei 90 minuti, ho dovuto effettuare molti tagli. Ad esempio ho dovuto eliminare la sequenza in cui Bertolucci parla di “Novecento”. Mi scuso è stata trasmessa questa sensazione.

Si dice che quando ci si trova in tempi di crisi, come nella crollo del ’29, il pubblico senta il bisogno di ridere. Com’è cambiata oggi la situazione della produzione di film politici e di pura evasione? John Sayles, secondo lei ogni film è politico?
J.S.: A parte il mio lavoro nel cinema indipendente, lavoro anche come sceneggiatore ad Hollywood e ho assistito alla telefonata di un produttore in cui si diceva che non si vogliono più film sociali o drama films. Nel cinema commerciale c’è difficoltà; per quanto riguarda l’ambiente indipendente, di solito i film si riescono a fare per casi o incidenti, perciò la situazione non è molto cambiata.

Tra i registi c’è chi ama parlare del proprio lavoro e chi, come David Lynch, lascia piuttosto che sia il film a parlare. È stato difficile spingere questi ultimi a mettersi davanti alla macchina da presa? Ci sono stati rifiuti?
A.I.: Non tutti i registi avevano lo stesso desiderio di parlare, ma ho trovato il modo di coinvolgerli. Ci sono stati dei registi che hanno rifiutato, altri hanno dovuto rinunciare per problemi di agenda. Non intendo però farne un altro documentario: il mio prossimo progetto è un feature film… Devo ammettere che questo documentario mi ha torturata!

Quali sono i progetti futuri di John Sayles e Todd Haynes?
J.S.: Scrivo anche, quindi al momento sto cercando di pubblicare un mio romanzo. Nel fare ricerca per il romanzo ho però ricavato anche l’idea per una sceneggiatura.
T.H.: Ho un progetto esterno al cinema indipendente, che andrà sulla TV via cavo. La mia produttrice, Christine Vachon, mi ha proposto un adattamento da un romanzo di James M. Cain e ne stiamo discutendo con HBO.

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