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Il condominio dei santi

Ascanio Celestini, dopo anni di teatro, si cimenta per la prima volta con un film di finzione (dopo due documentari per la Fandango) e racconta uno degli aspetti più difficili del genere umano: la malattia mentale.

Orientativamente ambientato tra gli anni ’60 (i favolosi anni ’60) e gli anni 2000, “La Pecora Nera” è un lucido, ma illogico, viaggio nella malattia di Nicola, trentacinquenne con un’infanzia difficile quanto pittoresca popolata da situazioni e personaggi grotteschi.
Nicola è il matto che diventa racconto, con la nonna che vende le uova, che mangia i ragni e che va a fare la spesa, che non ha mai fatto la guerra e che ama Marinella. Quanto sarebbe normale una vita del genere senza quella fastidiosa etichetta di “matto”? Celestini ce lo fa capire cambiando matto con santo. I matti del manicomio che è in realtà “un condominio di santi”.
Ma chi è Nicola? Celestini ci proprone il ritratto curioso e doloroso di un bambino e di un uomo da guardare con gli occhi da “santo”. E questo sguardo è privo di ogni cenno critico, infatti è solo Nicola a poter dare un parere sulla situazione: rivendica il suo diritto di esistere e combatte in solitario la sua piccola battaglia dopo che il mondo e la società lo hanno abbandonato.

L’autore è molto abile nel raccontare questo aspetto: i matti vengono quasi sempre abbandonati, da tutti: società, stato, familiari. Come i santi, come i martiri, lasciati al loro destino di morte (mentale prima che fisico). Nel personaggio di Nicola è racchiuso tutto il malessere della solitudine, tutta la tristezza di sentirsi addosso il peso dell’abbandono, tanto che i pazienti del manicomio assumono più le sembianze di animali e di soprammobili di cui nessuno si occupa. Questo è il calvario che i “santi matti” devono sopportare giorno dopo giorno.

Celestini è bravo, costruisce un bel racconto ed è sensibile, mai inopportuno. Ci regala un film con il cuore, ricco di risate amare alla Charlie Chaplin; Basaglia affermò nel 1978 che non è più necessaria la “costrizione” dei manicomi da sostituirsi con istituti mentali, senza rendersi conto che la costrizione della situazione specifica resta sempre e comunque. Celestini offre un modo tenero e malinconico di rendere questa costrizione un po’ più leggera e facile da accettare.

La legge Basaglia avrebbe dovuto ridare dignità alla condizione del malato mentale in Italia ma c’è da dire che la chiusura effettiva di tutti i manicomi non è mai avvenuta veramente e che soprattutto la condizione del malato mentale non è ancora socialmente accettata e ancora oggi, dopo più di 30 anni dalla legge che avrebbe dovuto riabilitare la figura del “matto”, ancora si deve combattere con difficoltà di ogni genere, soprattutto sociali. Nicola capisce quali ostacoli deve superare per vivere e per poter raggiungere il cuore di Marinella (compagna di scuola, unico amore della sua vita), ma come si può superare un ostacolo quando non si conoscono le cause? Nicola è consapovole della sua malattia? Forse non completamente, anche perché è nato e cresciuto in un ambiente malato ed è questo l’unico linguaggio che conosce e l’unica possibilità che gli si è presentata. Allora il Nicola di Ascanio Celestini diventa simbolo di un malessere dovuto al fatto che non sempre i matti sono nati matti e che per questo meriterebbero più cura e attenzione non solo medica. Con un finale che è un pungo in pieno viso, rientra in pieno il messaggio di come sia necessario che nasca un senso di responsabilità etica nell’occuparsi di coloro che entrano nel buio della mente. Tutti in fondo hanno paura nel buio, allora perché non darsi una mano?

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