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Il coraggio di provare

A partire dal 31 marzo “Penso Che Un Sogno Così” di Marco De Luca – piccolo film che ha faticato non poco a trovare una distribuzione in sala – sarà proiettato tutti i mercoledì al cinema Politecnico Fandango di Roma.

Riproponiamo un’intervista al regista realizzata nel 2008.

Il cinema italiano è in crisi? Non andatelo a dire a Marco De Luca, trentunenne regista romano che, con un budget ridotto all’osso, ma con lo spirito d’impresa dei grandi, ha realizzato un film corale che parte dal Dogma e se ne distacca, progressivamente, per mescolare sentimento e amara introspezione, società e critica delle relazioni. Dirigendo un manipolo d’attori di sorprendente compattezza all’interno di un film imperfetto, a tratti acerbo, ma anche emozionante e quasi miracoloso nel suo indicare a tutta la variegata popolazione dei cineasti italiani un nuovo sentiero da battere. Perché il cinema è anche, e soprattutto, talento, volontà, pragmatismo e inventiva.

Il film trova il suo contesto nel mondo del cinema, e non perde occasione per sferzarlo. Forse lavorare su un film low budget rende prima di tutto molto più liberi?
Sicuramente uno degli aspetti più belli di fare un film di questo genere, che di fatto non è low budget ma praticamente a budget zero (novemila euro totali), o micro-budget secondo la denominazione di un festival britannico, è la forte spinta collettiva, la voglia e l’interesse sincero con cui tutti hanno deciso di spendersi ed abbracciare il progetto. Indubbiamente la libertà è enorme, per tutti: e questo è uno dei motivi per cui gli attori hanno deciso di partecipare totalmente a titolo gratuito, impegnando uno dei loro pochissimi momenti di libertà professionale.
Chiaro che poi ci sono anche ostacoli notevoli, i problemi, gli imprevisti dell’ultimo momento: però lì si innesca un altro dei motivi di interesse del fare un film, ovvero trasformare l’imprevisto in occasione creativa.

Creare un gruppo d’attori interessati a un simile progetto deve essere stato complicato: come è nato il cast?
Avevo precedentemente lavorato con Elisa Alessandro, ad un docu-fiction per Sky, mentre avevo avuto modo di incontrare Paolo Stella all’interno di alcuni workshop di recitazione, e conoscevo Giovanni Izzo. Marina Rocco, invece, l’ho raggiunta in modo un po’ più rocambolesco, attraverso un casting, amici di amici che me l’hanno suggerita. In quel periodo doveva fare un film con i fratelli Vanzina. E ha rinunciato, nonostante i molti soldi in ballo: voleva realmente fare qualcosa di diverso. E lo stesso vale per Helene Nardini: lei è praticamente in ogni fiction Rai, e dico proprio tutte!, da “La Donna Detective” a “Un Posto Al Sole”. Sono stato davvero felice quando mi ha confessato di aver sperimentato alcune tecniche di recitazione per la prima volta nella sua lunga carriera proprio con me: in fondo, io sono veramente un Signor Nessuno, e queste sono soddisfazioni indicibili.

Ora c’è il problema della distribuzione. Vedremo “Penso Che Un Sogno Così” al cinema?
Subito dopo la premiere, in realtà, abbiamo individuato tutta una serie di particolari che andavano sistemati. E la versione sottotitolata in inglese è pronta da meno di un mese. Ora mi sono rimesso alla ricerca di contatti: ho intenzione di bussare a più porte possibile, partecipare a molti festival, l’avrei fatto anche prima di Venezia, ma mi è stato sconsigliato per una pura questione di tempistiche utili.
Credo comunque che chi l’ha visto, alla fine dei conti, ancora più che dal film in sé sia stato colpito dallo spirito che ha animato l’operazione.

In fondo, però, la salvezza del cinema passa da qui: dalla cooperazione e dal low budget. Ma perché così pochi provano?
Questo è un po’ un problema del nostro paese, che vive una stagione di difficoltà soprattutto in relazione alle nuove generazioni. Io non credo, personalmente, di avere molto più degli altri, come talento. Però mi capita spessissimo di parlare con persone che hanno idee brillanti, interessi, contatti, talenti potenziali. Poi non so dire se siano capaci di realizzare tutto questo, per un semplice motivo: perché non provano, non si buttano. Certo, partire significa imbarcarsi in un lavoraccio, ma qui manca la scintilla che spinge ad attivarsi. Per qualche motivo, qui in Italia, è difficile partire e mettersi in gioco. E fare compromessi con quelli che sarebbero i propri sogni – perché è chiaro che i compromessi sono necessari, almeno per partire.
[PAGEBREAK] Però tu di fatto hai avuto un percorso di vita molto utile allo sviluppo di intraprendenza e cosmopolitismo…
Mi sono trasferito in America all’età di quindici anni, e lì l’inglese è quasi divenuto la mia prima lingua. Ho viaggiato molto, ma spesso in modo svincolato dal cinema, perché per esempio in Inghilterra studiavo storia dell’arte, anche se poi quel periodo è stato molto prolifico, dato che ho realizzato vari corti.
Credo che uno dei grandi punti di forza della mia crescita siano stati piuttosto i miei genitori, che fin dalla tenera età mi hanno fatto vedere molti film e che, ancora oggi, nonostante nella vita facciano tutt’altro, continuano a coltivare una grande passione per la settima arte.
Poi, certo, ho avuto l’opportunità di studiare in Danimarca, luogo di un cinema che io adoro. In Danimarca c’è una grande idea del collettivo, della praticità, che in un’arte come il cinema sono categorie decisive, perché si ha a che fare con soldi e tecnica. La mentalità è quella di chi di fronte alla propria debolezza individuale decide di puntare sul gruppo, unire le forze e raggiungere il livello che si può materialmente toccare.

E così si sono inventati il Dogma, scuola che tutti, vedendo il tuo film ma soprattutto leggendo il tuo iter studiorum, hanno tirato in ballo. Ma c’è davvero così tanto Dogma nella tua pellicola?
Non più di tanto: basta guardare “Gli Idioti”, e poi il mio film, per capire che sono universi differenti. Dogma è stato un movimento fortemente contestualizzato storicamente, legato agli anni ’90 e a un desiderio di imporre una propria cinematografia: per questo Von Trier e compagnia si sono presentati a Cannes, in quegli anni, e hanno deciso di proporre la loro rivoluzione. E poi c’è molto di culturalmente intrinseco alla Danimarca: l’understatement per loro è una forma mentale, pensa che là, una volta, mi sono trovato a prendere un caffè di fianco alla Regina, che sorseggiava placidamente la sua tazzina al bar. E comunque, per chiarire, i miei docenti non facevano altro che notare come dei miei idoli, nel mio stile, ci fosse sempre molto poco. E infatti nel prossimo film il mio linguaggio sarà diverso, la camera a spalla sarà presente ma non in maniera così continua.

Niente Von Trier, allora, però ti hanno accostato a Rohmer…
Lì si è trattato principalmente di un accostamento narrativo al film “Il Raggio Verde”, che però al di là di similitudini di superficie è altro, anche dal punto di vista dello sviluppo dell’intreccio. Insomma: stiamo parlando di un mostro sacro, un genio assoluto del cinema, e quindi non so davvero che dire, se non chiaramente che sono felice e grato per l’accostamento.

Ma il film sembra richiamare molti altri autori, a tratti, tra cui non è impossibile vedere qualcosa di Kasdan. Il finale, però, non può non sorprendere…
Sul finale, in effetti, si sono soffermati in molti. Mi sono stati anche dati suggerimenti precisi, su come concludere il film: in tanti mi hanno detto che forse avrei dovuto offrire alla trama una conclusione più dubitativa, più venata di incertezze. E nella prima stesura, in effetti, era presente un’inquadratura conclusiva che lasciava il finale aperto. Alla fine, però, ho optato per qualcosa di netto, una cesura: anche per una pura questione di semplicità del plot.

Una scelta in apparente controtendenza con la complessità dei legami, tutti piuttosto malati e privi d’equilibrio, che vincolano reciprocamente i cinque personaggi.
Ci sono legami di coppia, amicizie, rapporti familiari le cui dinamiche sono descritte, nel film, in un punto di svolta. I personaggi hanno rapporti differenti. Tutti, in fondo, sanno che nella vita, all’interno delle loro relazioni interpersonali, siano esse con la propria madre, con la compagna o con un amico, esistono dei sottolivelli che non necessariamente vogliono tirar fuori. In questo senso c’è un punto critico, nel film: la scoperta della propria malattia da parte di Elisa – scoperta che la giovane non riesce a confessare – fa di lei da un lato un personaggio più forte, dall’altro ovviamente la pone su un piano di svantaggio. E questo gioca una parte importante in relazione agli scontri che vengono a generarsi tra i protagonisti. Anche fatti di rilievo platealmente secondario si trasformano in vere e proprie tragedie, senza contare che ognuno dei personaggi ha motivazioni completamente differenti per arrivare ad un punto di tensione con gli altri. In questo senso, ad esempio, è esemplare il rapporto tra Elisa e il suo compagno Fabio, che seppur non totalmente paritario pare essere, per tutto l’arco del film, caratterizzato da affetto e positività. Eppure è proprio Fabio a far esplodere la crisi. L’intersezione fra tutti, a conti fatti, è proprio Elisa, e quindi sorge il dubbio che sia proprio lei, con il suo bagaglio di rabbia e negatività, a causare tutto.

Eppure hai parlato, da un lato, di forza derivante dalla consapevolezza della malattia: forse perché di fronte alla fine incombente si perdono inibizioni e alcune paure?
Quando uno sente su di sé qualcosa di così grande, forte e decisivo, è necessariamente più forte: perché è in possesso di un’informazione, una verità che gli altri non hanno. Può chiedersi se rivelarla o meno, ma in ultima analisi la scelta è in mano sua. Sapere più degli altri rappresenta sempre una condizione di forza.
[PAGEBREAK] Però spesso più consapevolezza, come sosteneva il filosofo Montaigne, è fonte di sofferenza e logorio. E forse proprio per questo, unitamente alla paura per la propria vita, Elisa pare generare negatività…
Vero e giusto, ma qui subentrano per l’appunto i dubbi. E dopo la disperazione, scatta spesso una fortissima, tenace voglia di vivere legata alla speranza residua. Ho avuto, nella mia famiglia, esempi chiarissimi di questa disposizione d’animo. Ho visto personalmente una persona passare dallo scoramento e da una totale perdita di benevolenza alla voglia di lottare, di tirar fuori risorse sconosciute.

E qui andiamo a toccare un tasto importante: il film pare chiaramente autobiografico…
Probabilmente questo è il più grosso limite del film: c’è veramente tanto di me stesso, della persona Marco De Luca, in ognuno dei personaggi. Magari avrei fatto meglio a distaccarmene maggiormente per dargli maggior compiutezza ed efficacia. Forse la cesura di cui parlavamo è legata anche a questo, ad una risoluzione unitaria che sentivo di dover offrire come punto d’uscita.

Hai dedicato ad ogni personaggio scelte registiche differenti?
Più che per personaggio, ho diviso per scene. Per esempio ho usato tantissimo i piani ravvicinati, i dettagli, nel caso delle dinamiche che ci sono tra Elisa e Cristina, legate da un rapporto che qualcuno ha inteso come potenzialmente saffico, ma che è soprattutto fatto di silenziosa ammirazione, e forse invidia, da parte di Cristina. Un rapporto molto femminile, fatto di sussurri, di vicinanza. Questo, invece, non succede più avanti nel film, quando si assiste agli scontri, come non succede là dove si dovrebbe trovare una riconciliazione che non avviene, con la macchina che pare provare a stringere, ma tentenna e non riesce. Per quanto riguarda invece Matteo, o la madre di Elisa, il linguaggio si accorda con la superficialità di sentimenti, con il loro percorso fatto di minore intimità, maggior concentrazione sul proprio aspetto. In questo senso, c’è una caratterizzazione specifica del linguaggio filmico.

Prima hai detto che a livello di stile il prossimo film sarà molto diverso: questo significa innanzi tutto che ci sarà un’opera seconda. Stai già lavorando alla sua realizzazione?
La sceneggiatura è praticamente ultimata, sarà una pellicola totalmente differente, con un intreccio che ha a che fare con la mafia, la prostituzione e non solo. Tre i personaggi principali: un ragazzo di malavita calabrese, un informatico in crisi di coppia e un homeless che si trova a rivivere un’esperienza del suo passato, dei tempi della guerra. Per realizzarlo, ora, ho intenzione di partecipare ad alcuni concorsi, cercare dei partner che mi sostengano nel portarlo avanti. E in questo senso è stato molto importante proprio “Penso Che Un Sogno Così”: perché al di là del suo valore intrinseco di film, era per me fondamentale avere un punto di partenza.
Perché il sogno, principalmente, è che si sia così innescato un processo, e che questo film porti nuove opportunità, nuovo lavoro.

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