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Il corpo non basta

Reazioni sbagliate e comportamenti incomprensibili, squilibri, storie spezzettate e personaggi fugaci che restano senza spiegazione: sembra un guazzabuglio di scrittura irritante l’ultimo film di Pedro Almodóvar, perso tra l’assurda impenetrabilità del protagonista Robert (Antonio Banderas), aggrappato a una vendetta priva di logica, e la straniante, lucida docilità del giovane Vicente (Jan Cornet).

Quando però ci si avvia verso la fine dell’intreccio – una fine semplicissima – e quando le parole trovano finalmente ascolto, si comprende che un’azione (o una decisione o addirittura una persona) appare sbagliata finché la guardiamo senza sapere e quindi senza capire. I corpi non bastano. Né a noi né ai personaggi di “La Pelle Che Abito“.

Vicente violenta Normita senza rendersene conto perché tutto ciò che può vedere è la pelle, e la pelle gli mostra solo una ragazza bella e sorridente. Zeca violenta Vera perché la pelle di lei lo convince di avere davanti (una copia di) Gal.
Gal si uccide perché la propria pelle non le permette più di riconoscersi. Robert chiama “Gal” la pelle artificiale che è riuscito a creare, forzando in se stesso l’illusione di identificare l’essenza di una donna con un involucro esterno.
La pelle non basta, la pelle mente, la pelle fa soffrire. E non perché, come crede Robert, sia troppo vulnerabile ma perché è una superficie, un velo posto sopra le persone che può farsi inganno: non sempre ciò che è dentro corrisponde a ciò che è fuori.

Non si ama con la pelle, non ci si riconosce cercando risposte in uno specchio. E il fatto che sia un corso di yoga televisivo a sputare utili consigli per la salvezza dell’anima è solo una prova ulteriore della comica, cronica e tragica sgangheratezza delle cose del mondo.

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