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Il De Sica veneziano che impreziosisce la Mostra

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Come per un’opera d’arte da conservare a futura memoria, il direttore Marco Müller apre la Mostra veneziana con il restauro in digitale di “Ladri Di Biciclette”, film che fece entrare nella Storia cinematografica italiana Vittorio De Sica. I meriti tecnici, vale a dire un bianco e nero restituito alla lucentezza ed ai contrasti originali, insieme a un audio ripulito da molte imperfezioni, non mettono però in secondo piano l’eterna potenza narrativa ed emozionale del film.

La storia dell’inseguimento a quella bicicletta che era strumento di sopravvivenza del sottoproletariato del dopoguerra rimane a sessant’anni di distanza anche la migliore chiave di lettura di un rapporto padre-figlio che corre, si insegue, su due strade parallele, infinitamente vicine ma che non si incontrano se non nell’umiliazione finale, con quella mano di bambino che si chiude, si stringe fra le dita di un padre disperato, così ingenuo da farsi rubare l’unica cosa che gli dava un lavoro e così onestamente puro da non riuscire, forse da non volere, rubare un’altra bici per vivere.

La camminata a due, verso un orizzonte perduto quasi chapliniano, in mezzo all’eccitazione effimera dei tifosi per una vittoria della Roma, come nel finale di “Umberto D.” si congedano il signor Umberto e il suo Spyke, paradigmi umani di quell’Italia stracciona e stanca che il potere di allora cercava di nascondere nella neonata politica repubblicana.Giulio Andreotti attaccò entrambi i film del divo Vittorio, con la vecchia solfa democristiana dei panni sporchi lavati in famiglia.

Sessant’anni dopo il potere politico e culturale è in Sala Perla, dal Sindaco al Ministro, dal presunto Filosofo al figlio Manuel De Sica; fino al critico d’arte dal ciuffo ribelle che entra in ritardo, si addormenta e si riprende giusto in tempo per le strette di mano di visibilità e i giudizi commoventi e tranchant sul film.

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