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Il Dhafer Youssef Quartet al Roma Jazz Festival 2015, report live

Alla vigilia del suo compleanno, la sera del 18 novembre 2015, in occasione del 39° Roma Jazz Festival, Dhafer Youssef trova ad attenderlo una Sala Petrassi gremita presso l’Auditorium Parco della Musica di Roma. Tunisino di nascita e virtuoso di oud, il tradizionale liuto arabo, Youssef inserisce nel jazz elementi di canto sufi (considerata la parte ascetica dell’Islam, il sufismo mette in moto vibrazioni ed energie tramite particolari usi della voce e del respiro).Con lui, una formazione di altissimo livello: Kristjan Randalu (Estonia) al pianoforte, Phil Donkin (Inghilterra) al contrabbasso eFerenc Nemeth (Ungheria) alla batteria.

È un pianoforte rapsodico ad aprire il concerto, sfiorando appena la rispettosa atmosfera creata da un pubblico attento e assorto, visibilmente contrariato nei confronti dei ritardatari di turno, soprattutto dopo i primi straordinari vocalizzi di Youssef. Già rapiti, gli spettatori si chiedono da dove e come possa sgorgare quella voce incredibile,che risuona come una preghiera. Youssef imbraccia quindi l’oud e dirige in prima persona l’interplay del quartetto, chiamando all’intervento i suoi musicisti uno alla volta, con la modestia navigata di chi sa quando è il momento di lasciare campo libero alla band. I ritmi divengonoincalzanti e lo straordinario pianista Kristjan Randalu coinvolge il pubblico con un solo strepitoso.

La timbrica e la tecnica vocale di Youssef sono strabilianti: la voce risuona corale, giunge in punta di piedi da paesi remoti, da intime cavità nascoste nel deserto. O, forse, viene a toccarci dal profondo dell’anima, per poi crescere di intensità e frequenza fino a toccare cime impensabili. Muezzin dell’anima, Dhafer Youssef rapisce il pubblico nel suo canto mistico, magico, estatico, quasi ipnotico. Con la voce, fa ciò che vuole.

Non è da meno con l’oud, che accompagna gli spettatori in un’oasi fra le dune, dove il quartetto li appassiona con una sessione vertiginosa. La tipica ritmica molto complessa della musica araba, che oscilla tra tempi pari e dispari, esalta le virtuosistiche doti del batterista Ferenc Nemeth e gli procura un applauso fragoroso.

La contaminazione è eseguita magistralmente e la musica scorre omogenea, nessun ingrediente prevale sull’altro.Intimità e ritmo, nulla èlasciato al caso. Ora gli ascoltatori sono tutti di Youssef:in fondo, hanno cantato e pregato insieme,ora possono anche parlare di cibo, leitmotiv del Festival. Il musicista confessa di amare il vino e di avergli dedicato l’ode“Sacrè The Wine Ode Suite”, che esegue (sperando di non urtare nessuno troppo in alto, per motivi di fede).

Per concludere la serata, Dhamer Youssef lascia scatenare la bandin un avvincente brano strumentale, apprezzatissimo quanto il bis, richiesto a gran voce e sotto scroscianti applausi.

Should I finish or not?”, chiede infine, più volte, ottenendo sempre risposta negativa.

No, Mr Youssef, please: continue to pl…ray for us.

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