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Il diario di Cannes 2015: L’apertura con La Tête Haute, la giuria, le code

Cannes 2015, giorno 1. Mesdames et Messieurs, bienvenue à la… Ok, per il francese può anche bastare, no? Eccoci di nuovo sulla Croisette per l’edizione numero 68 del festival più  importante al mondo, già ribattezzata l’edizione della “contestazione” dai soliti battutari della domenica per il numero coincidente con l’anno socialmente, artisticamente e politicamente più “caldo” del Novecento. Quella dell’anno prossimo sarà l’edizione più “piccante”, allora? Questo tanto per ribadire il mio arruolamento in prima linea tra le fila dei battutari di cui sopra.

L’arrivo di ieri si è rivelato difficoltoso appena passato il confine, con motrici di treno guaste, problemi alle linee: un’iniezione di fiducia per noi italiani disfattisti e “gufi”, quasi da dar ragione al nostro premier Matteo Renzi. Attenzione, ho detto quasi.

Sorvolando sui problemi logistici che incontrano e potranno incontrare sette giornalisti in una casa con UN solo bagno e l’inizio delle proiezioni alle otto e trenta del mattino (problemi che non inficeranno minimamente il risultato finale, ma è giusto anche farvi capire i drammi e le fatiche del “dietro le quinte”, che è anche un po’ uno degli obiettivi di questo diario quotidiano), la giornata è partita subito bene, nel senso che si è riusciti ad entrare alla proiezione stampa del mattino del film d’apertura, “La Tête Haute” di Emmanuelle Bercot (sopra al photocall), che può sembrare una cosa scontata ma, come vedrete poi, non lo è per niente. Per i commenti al film vi rimando alla recensione, qui aggiungo che allo scorrere dei titoli di coda il silenzio generale della sala Debussy è stato spezzato da un unico, singolo applauso, subito zittito da un po’ di fischi intimidatori. Diciamo tranquillamente che ci dissociamo dall’una e dall’altra reazione: il silenzio, a volte, è davvero d’oro.

Dopo un tentativo d’ingresso alla conferenza stampa della giuria (fratelli Coen, Jake Gyllenhaal, Guillermo del Toro, Xavier Dolan, tra gli altri, e una stupenda Sophie Marceau per la quale gli anni sembrano davvero non passare mai) abortito dalla calca immane e dalla grandezza relativa della sala apposita, arriva la prima prova fisica impegnativa del Festival: ci si piazza in fila un’ora e mezza prima per l’anticipata stampa del primo film del Concorso ufficiale, “Notre petite soeur” del maestro giapponese Hirokazu Kore-eda, ma non basterà…

La doppia proiezione nella piccola sala Bazin lascia fuori i tre quarti (abbondanti) dei giornalisti accreditati. Una prima falla nell’organizzazione prontamente recuperata dai solerti cugini d’Oltralpe con l’apertura alla stampa della proiezione al Grand Théâtre Lumière di domani: salutiamo quindi Kore-eda per il momento, ma l’impressione è che il film dovrà essere davvero bello per essere apprezzato da gente che oggi ha fatto anche tre ore di fila per NON vederlo. Lo so, siamo brutte persone.

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