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Il diario di Cannes 2015: Aspettando la Palma, i premi di Un Certain Regard

Diario conclusivo da Cannes 2015 di saluti, qualche proiezione recuperata di cui ancora non vi avevo dato conto (“Valley of Love“, “Chronic“) e tante lacrime perché un altro magnifico viaggio sta giungendo a conclusione. 34 film visti, tanti Paesi visitati senza muoversi dalla poltrona, sorrisi e lacrime, gioie e delusioni, nuovi e vecchi amici, innamoramenti, insomma materiale con cui riempire un paio d’anni di vita vera condensati in dieci intense giornate. Così è ogni Festival, a Cannes moltiplicate tutto per cinque.

Le istituzioni francesi finalmente si sono mosse, e al castello di Cannes il sindaco della città ha offerto un lauto pasto innaffiato da bottiglie su bottiglie di vini di ogni colore e qualità a tutta la stampa convenuta. Pesce persico a volontà (non sarà, per rimanere in ambito cinematografico, quello visto ne “L’incubo di Darwin”, si spera), patate, verdure e un quantitativo industriale di baguette su cui spalmare il prodotto tipico locale, l’aioli, una salsa all’aglio davvero buona ma che ci rende tutti portatori sani di fiatelle mefitiche fino a sera.

In fondo a tutti, separati da un cordone di sicurezza, mangiano anche i giurati. Se dopo pranzo sono andati in riunione a decidere i premi, e se hanno consumato lo stesso quantitativo di vino del NOSTRO tavolo, alla premiazione ne vedremo delle belle. Magari premieranno Donzelli, non Valérie ma Mauro, il nostro collega di ComingSoon, che sull’omonimia gioca da giorni immaginandosi sul red carpet per un errore di stampa sugli inviti.

Gli ultimi film dicevamo, ma soprattutto “Yakuza Apocalypse” di Takashi Miike, un altro capitolo della sterminata filmografia del geniaccio giapponese, in proiezione speciale alla Quinzaine des Réalisateurs. Un delirante mafia(yakuza)-movie con gangsters vampiri, uomini papero/tartaruga, nerd indiani invincibili, un simil Django di Corbucci con bara sulle spalle e soprattutto lui, il personaggio assoluto del Festival, l’uomo col costume da rana.

Invincibile, violento, goffo, buffissimo, figlio di un dio rana che, alla sua morte, si risveglia e scatena l’apocalisse. Che vedremo nel seguito, se mai gli andrà di farlo. Forse due ore sono troppe, una torta buonissima dove si è un po’ ecceduto con la crema, e l’effetto rigurgito è alle porte. Io mi sono divertito come un matto, dalla prima fila del cinema Les Arcades, bombardato da immagini comiche, fantasiose, violente, virtuose. O rana gigante delle mie brame, salva Miike-san che come lui non ne abbiamo molti nel reame.

Si arriva così alla prima premiazione importante, quella di Un Certain Regard. Qui potete leggere la lista completa dei vincitori, in questa sede mi rallegro per il premio alla miglior regia al mio amato Kiyoshi Kurosawa e al Certain Talent (???) al magnifico Corneliu Porumboiu di “The Treasure”. Grande delusione per l’assenza di “Cemetery of Splendour” dalla lista: la giuria presieduta da Isabella Rossellini (l’attrice ha ringraziato il Festival per l’omaggio alla madre, che sorride da ogni parte sul logo ufficiale) non deve averci capito molto.

Ma poi il miglior film va a “Hrútar” dell’islandese Grímur Hákonarson, ed io esulto comunque perché posso recuperare uno dei film persi che più mi era stato segnalato dal passaparola. E mi trovo davanti ad un piccolo gioiello, in cui due fratelli combattono contro il paesaggio inospitale, i veterinari ed anche tra di loro, pur di salvare le loro pecore colpite da un terribile morbo che ne consiglia l’abbattimento per evitare il contagio totale. L’ultima sequenza nella tempesta nelle Drylands, con due uomini, un cane e un gregge in lotta contro gli elementi e impegnati a proteggersi l’uno con l’altro, è l’ultima sequenza anche del mio Festival e ne rappresenta davvero una degna chiusura.

Non resta che dare spazio alla premiazione, e sui miei pronostici e auspici potete leggere a parte. Gli ultimi rumours parlano di una totale assenza degli italiani dal palmarès, ma la più convinta assertrice di questo è l’Ansa, il cui inviato è seduto in sala stampa al computer di fianco al mio, ascoltando un live di Gianni Morandi a volume così alto che fuoriesce dagli auricolari. Un giornalista dell’Ansa che ascolta Morandi sparando scoop (probabilmente) inventati. C’è qualcosa di più italiano di questo?

Nel caso fosse vero, mi spiacerebbe davvero per Nanni Moretti e Matteo Garrone, ma esulterei per Paolo Sorrentino. Se all’Oscar succedesse davvero la Palma noi detrattori saremmo mandati al confino come traditori della patria, mentre Renzi e Sorrentino a braccetto continuerebbero a governare il Paese e la sua cultura incontrastati (succederà comunque, anche senza Palma).

Io preferisco anticipare il provvedimento e partire alla volta dell’Islanda per coltivare a mia volta un gregge di pecorelle (e almeno un montone, c’insegna Hákonarson), ma lascio detto tramite questo diario alla redazione di LoudVision di richiedere l’accredito anche per il prossimo anno: potrei ricomparire alla civiltà proprio tra dodici mesi in corrispondenza con la prossima edizione.

Un saluto a tutti, e la solita speranza è di non avervi annoiato e di avervi (almeno un po’) fatto sorridere. Da Cannes questa volta è davvero tutto, passo e chiudo.

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