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Il diario di Cannes 2015: Gaspar Noé, Barbet Schroeder e ancora Sorrentino

Giorno di Festival nuovo, scandalo nuovo: è un proverbio che ho inventato adesso, dite che potrà avere successo? Lo brevetto?

Quello che successe a Cannes con “Welcome to New York” di Abel Ferrara l’anno scorso al di fuori della selezione ufficiale, con una multisala requisita appositamente per le proiezioni e resse gigantesche per entrare, si è ripetuto quest’anno all’interno del Palais per l’annunciato film-scandalo di Gaspar Noé, “Love”, un film hard girato in 3D e particolarmente esplicito. PARE.

Perché io, come altre centinaia di giornalisti e semplici possessori di biglietto d’invito, non sono riuscito ad entrare a nessuna delle tre proiezioni finora previste (ma se ne aggiungerà una quarta, statene certi, magari domenica, e ci riproveremo). Ne riparleremo: ora, anche su questo diario, siamo ancora in fascia protetta (qui, intanto, trovate un rapido resoconto della conferenza stampa).

Devo darvi conto di qualche proiezioncina che ancora non sono riuscito a riportarvi, ma prima voglio affrontare un argomento scottante e di stretta attualità: i controlli per la sicurezza all’ingressso del Palais e delle varie sale dentro e fuori di esso.

Dovete sapere che qui al Festival di Cannes ci sono tre livelli di controllo da sorpassare prima di accomodarsi sulle rosse poltroncine tanto agognate: la classica registrazione del badge per il numero dei posti riempiti e da riempire, l’apertura della borsa con ispezione del suo contenuto e infine un passaggio al metal detector. Questo sempre, ogni volta che si esce da un posto e si entra in un altro. La gestualità dopo un po’ diventa automatica, e ci si produce in plastiche esibizioni dove si finisce inevitabilmente a braccia larghe ben prima del proprio turno al detector per risparmiare tempo. Immaginatevi la scena vista da fuori: uomini e donne con le estremità distese come un patetico tentativo di volo troncato sul nascere. Non tagliassero le mani con le katane a chiunque rallenti quella fila per fare altro, vi documenterei fotograficamente la cosa: ma in fondo è meglio così,  suvvia, affidatevi alla vostra fantasia immaginando Mereghetti e Giusti in procinto di prodursi in un’imitazione del colpo della gru di Ralph Macchio nel primo “Karate Kid”.

Ora, tutto questo è importante solo per la PERCEZIONE della sicurezza, perché i controlli non sono rigorosi per niente, vanno a campione, uno su dieci viene fermato, additato al pubblico ludibrio, costretto a svuotarsi le tasche, abbandonare le bottigliette d’acqua, convincerli con una tesi dettagliata che quello che hanno visto è solo un deodorante e non una pericolosa arma di distruzione di massa (è successo al sottoscritto, ne ho anche spruzzato un po’ nell’aria) mentre alle sue spalle gli altri passano velocemente. Ecco, forse questa cosa non avrei dovuto dirla, ho dato una pericolosa informazione a malintenzionati di tutto il mondo. Sapete com’è, è notoria la passione cinematografica dei membri dell’Isis, non foss’altro per decidere il premio “infedele dell’anno”, e la loro approfondita conoscenza dell’italiano.

Comunque il danno è fatto, e l’autocensura è una roba barbara che non praticherò mai fin quando non sarà abbondantemente spesata: solo allora me ne starò lì in silenzio, e farò parlare solo lo schermo della mia sala cinematografica privata (e sì, io dovessi vincere alla lotteria i miei soldi li spenderei così, in Porsche andateci voi e magari passatemi a prendere ogni tanto).

Torniamo seri per un attimo, perché bisogna quantomeno omaggiare con un accenno il ritorno alla regia di lungometraggio del grande Barbet Schroeder, con il suo ”Amnesia”. Il film è ambientato a Ibiza, e l’omonima discoteca dell’isola è  solo una falsa pista. Quattro generazioni di tedeschi a confronto negli anni a cavallo tra la caduta del muro e la ricomposizione di un Paese diviso in due per più di trent’anni, ma visto da lontano, da un’isola, appunto, in mezzo all’oceano. In un cameo particolarmente toccante Bruno Ganz (vedi foto in fondo all’articolo), che ormai rappresenta al cinema la memoria teutonica, la generazione che ha visto il nazismo e ha dovuto fare i conti con il senso di colpa e con la rimozione forzata dalle parole e dall’immaginario, una sorta, appunto, di amnesia collettiva.

Un piccolo kammerspiel dall’immensa potenza simbolica, con squarci di costa di abbacinante bellezza fotografati dal nostro Luciano Tovoli che rappresentano un surplus di livello. Tra l’altro, la casa dove si svolge la maggior parte del film è la stessa di “More”, il folgorante esordio di Schroeder del 1969 con la devastante e magnetica colonna sonora dei Pink Floyd, per me tra le prime tre colonne sonore di sempre, forse addirittura la migliore se chiedete al cuore e non al cervello.

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“Amnesia” di Barbet Schroeder

Passaggio meraviglioso in sala Bazin per “The Assassin” di Hou Hsiao-hsien in Concorso, andate alla recensione, e comincia lo psicodramma legato a Gaspar Noé e al suo “Love”. La gente è tanta davanti alla Lumiere, come forse non si è mai visto in una proiezione di mezzanotte. Ci accodiamo sentendoci come Cenerentola al ballo che va così come si trova per casa, in un mondo duro dove le fatine non esistono senza richiamarle all’ordine dal fondo di una bottiglia di scotch.

Qualcosa di strano comincia ad avvertirsi, la delegazione con Noé è già pronta ad affrontare il red carpet e più di duecento persone che brandiscono il proprio invito sono ancora in fila sotto il vento tagliente che questa sera batte Cannes e s’insinua tra le scollature delle convenute come fosse un’anticipazione di quanto si vedrà in sala. Anche Enrico Ghezzi e Giona A. Nazzaro con noi, nomi celebri e meno, tutti attirati da quella cosa che tira sempre più di una foglia di Palma d’Oro.

Ma l’organizzazione ha toppato clamorosamente: una pletora di accreditati sono stati lasciati entrare prima dell’orario convenuto, fortunelli loro, e i posti sono terminati. Il malcontento montante quando si conosce il motivo potrebbe portare alla caccia al giornalista in poco tempo, e quindi decidiamo di dileguarci in buon’ordine sparpagliandoci nei quattro punti cardinali. È ormai l’una passata, il film terminerà alle 4 del mattino, chi è entrato ci parla di due ore e un quarto di trombate senza trama, con l’aggiunta del 3D a dare profondità alle cose e volatilità ai liquidi, seminali e non (notare quanto c’ho girato attorno con le parole senza nominare gli organi coinvolti, non per timore di censura, che qui a LoudVision è il regno della libertà d’espressione, ma per puro narcisismo). Del delirio degli addetti ai lavori, invece, vi parlerò domani.

So già cosa starete pensando: ma non si era detto di tornare a parlare del film di Paolo Sorrentino? Ma cosa volete che vi dica? Sapete tutto, i 17 minuti di applausi in sala, gli americani che già candidano anche il responsabile del catering ai prossimi Oscar, i francesi che reagiscono sdegnati e i connazionali che rispolverano luoghi comuni sui cugini che nemmeno Totò e Fernandel divisi dal confine in “La legge è legge”. Parlare male di un film italiano di successo significa venir tacciati d’invidia, spocchia e mille altri epiteti che evito di riportare. Strascico del berlusconismo importato pari pari dal renzismo anche questo: chi è contro è solo invidioso e gufo. Berlusconi che, con la sua Medusa, distribuisce nelle sale “Youth – La Giovinezza”. E Carlo Rossella, il grande capo, in un’intervista su Iris afferma che nel suo film di punta del momento gli spettatori potranno godersi un inaspettato cameo di JULIA ROBERTS. È Jane Fonda, Carlo. Perché quindi, in fondo, aggiungere altro? Il film è già in sala, toccate con mano e fatevi un’idea, senza preconcetti positivi o negativi.

Appuntamento a domani, vado verso il letto che è sempre stato in 3D, e non ha nemmeno bisogno di occhialetti.

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Alla proiezione di “Amnesia” di Barbet Schroeder

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Alla proiezione di “Amnesia” di Barbet Schroeder

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