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Il diario di Cannes 2015: I giurati in sala e ancora Un Certain Regard

Cannes 2015. Dopo il sabato sera vagante tra Moretti sudati, hotel di lusso (dai bar della hall, senza nemmeno consumare, cercando assaggi gratuiti lì dove ci stanno, vedendo tizi pagare flûte di champagne un centinaio di euro, mamma mia, il degrado, date fuoco a tutto tranne il Palais) e ogni tipo di vestiario esistente nel mondo occidentale, dagli shorts con infradito e camicia aperta sul torace agli smoking modello 007, è veramente dura puntare la sveglia alle 7:45 come tutte le mattine, per di più per un film che si ha voglia di vedere con la stessa intensità e trasporto con cui si desidera una fanfara dei bersaglieri dal vivo come sveglia la mattina dopo una robusta sbornia, che io la notte passata non ho preso, per i motivi economici di cui si è già detto ma soprattutto per la mia inappuntabile etica professionale da inviato sul campo (fate finta di crederci).

Il film in Concorso del mattino è “Mon roi” di Maïwenn, attrice/regista gà vincitrice di un premio qualche anno fa sulla Croisette con il suo “Polisse”. Vi rimando come sempre alla recensione, il film è anche migliore delle attese della vigilia pur non uscendo da un’aurea mediocritas senza guizzi e senza slanci. Questa volta sono il penultimo tra tutte le migliaia di accreditati ad entrare al Gran Teatro, ma a noi ritardatari ci sorride il destino. Davanti a me entra la giuria a prender posizione nella fila centrale a loro dedicata.

I fratelloni Coen sono freschi, puliti e sbarbati e aprono il corteo, ma basta aspettare qualche secondo e ci si rende conto che il resto dei giurati porta tatuata in faccia la frase: “Il film della domenica mattina potevate pure metterlo, che ne so, alle 10, tanto per fare qualcosa di nuovo”.

Guillermo del Toro ciondola bilanciando l’ingombrante peso da una gamba all’altra, bicchierino di caffè in mano e sguardo perso nel vuoto. Per Rossy De Palma (che abbiamo visto salire sulla macchina dell’organizzazione, come vi ho detto ieri, qualche minuto prima delle 3 del mattino in uscita dalla Vip Room del Marriott) è più facile nascondere le occhiaie sotto chili di trucco.

Sfilano tutti e di Xavier Dolan non c’è traccia: o è già entrato prima di tutti gli altri, o ha deciso di marcare visita (tanto “Mon roi” non c’è alcuna possibilità che prenda qualche premio), o è passato e, minuto com’è, non sono riuscito a vederlo. Ma è Jake Gyllenhaal quello ridotto proprio male, occhiaie che arrivano alle ginocchia e sguardo torvo: vorrei aver passato le serata con te Jake, mi dai l’impressione di non esserti annoiato di certo.

Finita la proiezione, durante la quale le mie palpebre si sono chiuse per qualche minuto nell’unica occasione fin qui del Festival (ma ho comunque ritrovato Vincent Cassel e Emmanuelle Bercot assolutamente dov’erano, intenti a trombare e/o a litigare e/o a gigioneggiare nudi con le mani sui genitali) non c’è nemmeno il tempo di un caffè che tocca rimettersi in fila davanti al Gran Teatro.

Dopo due insuccessi, questa mattina BISOGNA vedere “Carol” di Todd Haynes alla proiezione insieme al pubblico di mezzogiorno. E, nonostante i tre quarti d’ora abbondanti d’anticipo nel posizionamento in fila sotto il sole cocente, ce la faccio per il rotto della cuffia. Mi posizionano nella fila di sediolini ripiegabili che si aprono alla bisogna in casi di pienone, quindi non sto di certo comodo, ma sono in platea, sto per assistere a uno spettacolo di livello assoluto. Vi rimando alla recensione, qui chiudo solo dicendo che a metà film (forse anche prima) lascio lo scomodo ribaltabile, che rischia ad ogni spostamento di spalmarmi sul muro come in un cartoon dei Looney Tunes, e mi sposto in poltrona perché un ristretto numero di persone abbandona la proiezione durante la prima ora: se non vi è piaciuto potevate andare al mare, ché oggi a Cannes è una giornata di piena estate, lasciate perdere il cinema che è meglio.

Pomeriggio e sera chiudono una fantastica giornata che, visto anche il precedente Todd Haynes, mi fa tornare a casa grato per l’esistenza del mondo, del cinema, e di LoudVision che mi manda qui a guardare prima degli altri i geni al lavoro. È il momento dei due autori più attesi del Certain Regard, Kiyoshi Kurosawa (“Kishibe no tabi”) e Apichatpong Weerasethakul (no, non è uno scioglilingua, è thailandese), già vincitore della Palma qualche anno fa per il suo meraviglioso “Lo zio Boonmee che si ricorda le vite precedenti”.

Sono due film bellissimi, ma quello di Api, “Cemetery of Splendour”, è uno dei capolavori del decennio, almeno a caldo all’uscita dalla sala Debussy l’impressione è questa, il tempo metterà poi a posto le cose. Due film che possono far parte di un discorso comune, ci sono incredibili parallelismi, contiguità, rimandi. Ma questo diario, forse, diventerebbe troppo lungo. E poi, se permettete, vorrei pensarci su per qualche ora ancora, il commento “a caldo” potrebbe portare ad interpretazioni fuorvianti.

Ci rivediamo qui domani, stesso posto, stessa ora? Tanto della Pixar e di “Inside Out” non vi interessa nulla, no? Non temete e non strappatevi i capelli che magari non avete, ci sarà posto e spazio per tutto e tutti. Buonanotte da Cannes. Ora e sempre, W il cinema.

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