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Il diario di Cannes 2015: Il Marché e Il Racconto dei Racconti di Matteo Garrone

Cannes 2015, giorno 1. Si resta fuori dalla proiezione del nuovo film di Kore-eda. Due ore di buco prima di andare da Matteo Garrone ed è l’occasione per un giro al Marché du Film, il mercato cinematografico dove ogni nazione espone film, presenta trailer, cerca di convincerti a vedere corti in sale di grandezza variabile, dai novanta ai (giuro) TRE posti. Gli americani dominano per bellezza ed estensione dello spazio dedicato, si osservano gigantografie con fotogrammi delle uscite prossime venture (su tutti Martin Scorsese ed un barbuto Andrew Garfield per “Silence”) ma la cosa davvero divertente è guardare le locandine delle prossime uscite “commerciali” dei Paesi a noi più lontani.

E così scopriamo che la Disney in India sfodera una serie di filmetti dove uomini palestrati a torso nudo occhieggiano compiacenti dalle locandine (???), che le classiche scolarette giapponesi in divisa quest’anno faranno davvero di tutto (mangiano uomini, li vampirizzano, fanno gare di skateboard e in una locandina sono anche alle prese con un animale gigante molto simile ad un tacchino), che titoli horror sconosciuti sono tutti seguiti da numeri 4, 5, 6, decine di serialità aperte che non invogliano minimamente alla visione.

Usciti da questa sorta di suk a metà tra la pattumiera e la caccia al tesoro (comunque ancora parzialmente in allestimento vista la giornata d’apertura, se si riesce torneremo a parlarne), ci si mette in fila sotto un sole meno cocente della mattina per il primo film del Concorso ufficiale, “Il Racconto dei Racconti – Tale of Tales” del nostro (da me amatissimo) Matteo Garrone. La nostra caporedattrice ha già egregiamente provveduto a recensirlo all’anteprima romana, io qui posso solo confermarvi l’incredibile forza registica che usa il “maraviglioso” (altro che lo spento Boccaccio dei Taviani) e il montaggio della attrazioni di mélièsiana memoria per sorprendere e spiazzare continuamente lo spettatore. I superficiali paragoni con “Il Trono di Spade” lasciano, a visione conclusa, il tempo che trovano: mai un fantasy dal respiro internazionale è stato parimenti così profondamente italiano.

Colpisce l’alternanza di emozioni contrastanti all’interno della stessa sequenza, già una caratteristica del novellario di Giambattista Basile da cui il film è tratto, l’ilarità si alterna alla pietà, l’orrore alla compassione, e via così in un’alternanza emotivamente faticosa ma intellettualmente appagante. Impari Salvatores, prendano appunti tutti: il fantasy è affrontato con serietà, con rispetto per il genere, innestando la nostra specificità culturale in un contesto curato in ogni minimo dettaglio.

Effetti speciali splendidi per un film costato “solo” 12 milioni di euro, cast sontuoso usato magnificamente, esclusa forse la regina Salma Hayek un po’ troppo rigida e austera (ma il ruolo, comunque, lo richiede). Il riferimento “pop” più immediato è il cinema di Tim Burton, nello sguardo verso il “diverso”, nell’assunto continuamente ribadito che “l’apparenza inganna”, perfino nei temi musicali di Alexandre Desplat con una forte presenza dei coretti tipici del compositore burtoniano di riferimento Danny Elfman. Tante le sequenze da ricordare, e una leggera caduta di ritmo quando ci si concentra sull’episodio dei due “gemelli”, che comunque inizia e termina con le creature più impressionanti dell’intera opera.

Garrone ha sempre raccontato favole calate nella modernità (pensate a “L’imbalsamatore” e al suo svolgimento, ma anche a “Reality” e al suo inizio fiabesco immerso in una suburra più terrificante di ogni drago cinematografico e televisivo), questa volta ha usato il procedimento inverso, l’artista perfetto per la trasposizione in immagini del mondo barbaro e incantato di Basile.

Reazione freddissima, purtroppo, al termine dell’anteprima stampa: una decina di applausi (compreso il mio), qualche fischio, qualcuno che lascia la sala a proiezione in corso. Ma voi non curatevene e andate al cinema, il film esce oggi, Matteo merita il grande incasso questa volta ancor più che le altre. Il suo ruolo è quello di rompere una barriera, un film così probabilmente in concorso a Cannes non c’è mai stato, e noi confidiamo soprattutto nella presenza di Guillermone del Toro in giuria per fargli avere la considerazione che merita nel palmarès finale.

Mi sono dilungato davvero troppo, e chiudo quindi questo primo diario mentre pletore di juventini anche qui a Cannes festeggiano il passaggio alla finale di Champions League. Io vado a buttarmi nel dorato mondo degli hotel di lusso e delle loro hall, ad annusare atmosfere, a provare vinelli. Lo faccio solo per voi, eh, per puro spirito da reporter investigativo, non sia mai detto che io vada a divertirmi occhieggiando favolosi esseri femminei avvolti in abiti fantascientifici. Per il report dalla Cannes by night, appuntamento a domani.

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