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Il diario di Cannes 2015: Kiyoshi Kurosawa e Apichatpong Weerasethakul

Sto ancora pensando ai meravigliosi film orientali visti nella giornata di ieri — “Journey to the Shore” e “Cemetery of Splendour” — mentre esco di casa questa mattina, primo tra tutti, dribblando trolley semiaperti e pezzi di corpi di colleghi e colleghe che fuoriescono dai letti. Il bello dei festival e di Cannes in particolare è anche questo, tornare giovani come spirito di adattamento visti i prezzi esorbitanti non solo degli alberghi ma anche delle stamberghe a una stella con pane e bacherozzi per colazione, e condividere appartamenti tra colleghi piazzando letti in ogni posto possibile per abbassare la quota d’affitto personale. Servirà a conservarci freschi, reattivi e pimpanti per più tempo del dovuto, e anche se non fosse chi se ne frega, siamo a Cannes diamine.

Lungo rue d’Antibes, che collega casa al Palais, lavoratrici notturne, dall’abbigliamento intente al mestiere più antico del mondo, aspettano gli autobus che le porteranno al meritato riposo dopo una nottata di lavoro. È una scena che si ripete tutte le mattine, spero che almeno vi spolpino vivi e vi lascino in mutande anche metaforicamente, o voi clienti che non riuscite a fare a meno d’intrattenervi nottetempo con ragazze di colore che, ad una prima occhiata, se sono maggiorenni lo sono dall’altroieri.

Dalle miserie della realtà allo splendore dell’arte il passo può essere breve o lunghissimo, può essere compiuto in un paio di frasi come in questo scritto o necessitare di decenni di scolarizzazione ed emancipazione sociale. Facciamo questo vertiginoso salto per tornare ad occuparci dei due meravigliosi film di cui vi anticipavo ieri la visione: “Journey to the Shore” di Kiyoshi Kurosawa e “Cemetery of Splendour” di Apichatpong Weerasethakul.

Partiamo proprio da “Cemetery of Splendour” (nella foto in alto), immenso capolavoro, un altro tassello di un percorso d’autore che rasenta la perfezione (citiamo qui anche “Tropical Malady”) e del suo personale tentativo di salvare e trasfigurare mediante l’arte la memoria e la tradizione di un Paese come la Thailandia soggetto a dittature, occupazioni e tragici eventi naturali a scadenza regolare nel corso dei decenni.

In un ospedale improvvisato in una ex scuola, alcuni soldati reduci dall’aver difeso il proprio Paese dormono, aiutati in questo da alcuni macchinari di produzione americana che ci dicono essere stati usati per favorire il sonno e i bei sogni durante la campagna in Afghanistan. L’anziana Jenjira si aggira tra i letti, aiuta i malati, prega i suoi dei, vede con l’aiuto di una ragazza medium, che forse in una vita precedente era stata un gatto, le vestigia e gli splendori dei regni passati che sorgevano in quel lembo di terra ora ridotto a macerie da ruspe che scavano per edificare non si sa cosa.

Solo qualche traccia per delineare un film che non si può ricondurre o ridurre ad una trama, ad uno svolgimento narrativo, ma che va assimilato per sensazioni, spalancando gli occhi e facendosi attraversare dalle immagini messe sempre in scena con estrema cura, macchina fissa per il 99% del tempo, quadri compositivi rigorosi. Nella notte, i macchinari americani diventano tubi al neon che cambiano il colore e l’atmosfera della stanza, tradendo il loro ruolo scenografico oltre che significante.

Jenjira è continuamente influenzata dalla cultura americana, cita Superman, l’FBI, intrattiene addirittura una relazione con un americano dai contorni nebulosi. Una visione difficile e insieme appagante, come fare storia e politica senza urlare ma facendo sussurrare gli alberi e le statue diroccate delle sacerdotesse del tempio. E poi la magia del grande cinema: nella scena più fascinosa ed inquietante al contempo, un campo immobile nell’ospedale di notte, a me, e a qualche altro, capita d’intravedere delle figure fantasmatiche attraversare la corsia. Alcuni le hanno viste, altri no. Saranno state inserite davvero, magari nello spazio di un singolo fotogramma? Ma, soprattutto, è davvero importante saperlo?

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“Journey to the Shore” di Kiyoshi Kurosawa

Di un passato tutto privato e personale parla invece “Journey to the Shore” di Kiyoshi Kurosawa (vedi anche le foto in fondo all’articolo), che su un percorso di elaborazione del lutto anche tradizionale innesta la sua visione di cinema che attraversa i generi e gli stili con un eclettismo comune solo in alcuni cineasti orientali (come quel Takashi Miike che cercheremo assolutamente di recuperare nell’UNICA proiezione per stampa e pubblico giovedì sera alla Quinzaine).

Asano torna dopo tre anni di assenza dalla moglie Fukatsu, e con lei intraprende un viaggio nei luoghi che hanno caratterizzato la sua vita, prima della scomparsa, in una sorta di percorso di accettazione che lo porterà ad entrare in una foresta per non uscirne più (è il Festival delle foreste quest’anno). Un film diseguale e sicuramente meno riuscito del precedente, ma con due sequenze che non se ne andranno mai più dalla mia mente.

Alla fine di ogni tappa, Asano e Fukatsu sono testimoni del trapasso dell’anima di qualcuno, che loro hanno contribuito a pacificare; questo trapasso avviene attraverso una riduzione della luminosità dell’ambiente che DOVETE vedere, ve lo assicuro, che pian piano nasconde cose ai nostri occhi e ne disvela altre. Non voglio dilungarmi oltre, c’è ancora tanto di cui parlare oggi, e la giornata di chiuderà a tarda notte con una delle tre proiezioni di mezzanotte del Festival.

Ma del trait d’union inquietante e imprevedibile tra le due opere devo parlarvi, ci metto un attimo: la cancellazione del passato, della memoria storica, è mostrato attraverso due edifici che prima vediamo utilizzati per poi capire di aver assistito ad una proiezione del passato: una scuola in Weerasethakul, la redazione di un giornale in Kurosawa. Le scopriamo cadenti (quasi) con le stesse modalità, la stessa progressione emotiva, ci suscitano allo stesso modo sgomento e tristezza al contempo. Rappresentano non il passatismo di autori spaventati dalla modernità, ma la tristezza verso uno sviluppo tecnoevolutivo disumanizzante che non sappiamo dove ci condurrà.

Il vecchio distributore di giornali rilega le copie una per una, a mano, con amore, mettendo l’inserto all’interno con cura e con gestualità quasi rituale. L’unico soprannaturale in cui credo, ve l’ho già detto l’anno scorso, è nella connessione spirituale tra sensibilità artistiche elevate, che ogni volta, nei festival, mi si manifesta nelle maniere più inaspettate e sorprendenti.

Nella tarda mattinata con “Inside Out” si abbatte su Cannes il ciclone Pixar, uno tsunami in piena regola che riuscirà a non far parlare la gente di nient’altro per ore, un po’ come accadde il primo giorno per “Mad Max: Fury Road” di George Miller.

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Autori e voci di “Inside Out” – Foto: Pixar

Anche noi abbiamo parlato di questo immane capolavoro in articoli a parte (recensione e conferenza stampa), e merita tutta la copertura possibile e immaginabile. In questa sede, però, vorrei fare una piccola riflessione: questi due film avrebbero occupato le prime pagine degli spettacoli in qualunque luogo fossero stati presentati, anche alla periferia di Campobasso (idea per Lasseter, colonizzare il Molise). Siamo davvero certi che sia giusto oscurare la miriade di altri film che hanno solo la vetrina dei festival per farsi notare e che magari hanno la sfortuna di passare proprio quel giorno?

Chiusa parentesi, e continuo ad applaudire un film che a ogni ora che passa mi si rivela ancor più nella sua interezza. Nella recensione di “Inside Out” parlavo di un mondo iniziale troppo schematico: ma non è che forse l’organizzazione in stile mega catena di montaggio sta a rappresentare l’irrinunciabilità, nell’immaginario americano, all’organizzazione di stampo fordista che ha edificato la nazione economicamente e culturalmente (vi dice qualcosa “Tempi moderni”?). Non lo so, ci devo pensare, la butto solo lì. Ne riparleremo ancora (forse), ed ecco che mi contraddico rispetto a quello detto qui sopra, ma questo è un omaggio a Moretti, no?

Sorvoliamo sulla favoletta in Concorso di Valérie Donzelli, che vorrebbe essere strappalacrime e invece è soltanto spaccamaroni, e avviamoci verso la proiezione in notturna di “The Office” di Hong Won-chan, thriller dalle tinte horror. L’anno scorso la proiezione di mezzanotte fu affidata all’orripilante post western post action post cinema post ….eggiatore devi fare Kristian Levring, altro che regista, “The Salvation”. Speriamo questa volta abbiano scelto meglio, altrimenti mi lascio appena il tempo di guardare scollature e gonne vertiginose da gran sera a destra e a manca per il Gran Teatro, mi rannicchio sulla comoda poltrona di velluto rosso e solo gli applausi o i fischi finali riusciranno a svegliarmi. Come andrà? Se mi seguite anche domani lo scoprirete, io entro sulle note di “Little Green Bag” rimandata a palla dalle casse ai lati della passerella, che è sempre un bell’entrare.

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Kiyoshi Kurosawa introduce “Journey to the Shore”

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Applausi per Kiyoshi Kurosawa dopo la proiezione di “Journey to the Shore”

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