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Il diario di Cannes 2015: La Louisiana di Roberto Minervini e il testamento di Manoel de Oliveira

Il Festival di Cannes 2015 si avvia ormai verso la conclusione, ma oggi mi regala un colpo di coda inaspettato nelle attese e nelle proporzioni. Lontani dagli eccessi del Concorso, dagli assolutismi critici, dagli 598 minuti di applausi e via discorrendo, oggi torna prepotentemente IL CINEMA, nella sua accezione più diretta e più vera. Due grandissimi film al Certain Regard più uno di quei momenti che escono dalla quotidianità festivaliera per consegnarsi direttamente alla storia del cinema e della vita di ognuno di noi. Ma andiamo con ordine.

Comoara” (“Le trésor – The Treasure”) di Corneliu Porumboiu è un regalo, per me inaspettato. Non conoscevo questo regista, comunque già apprezzato e osannato da quelli che di cinema “ne capiscono”. È stata una sorpresa, un innamoramento, una carezza.

Constantin è un Robin Hood rumeno senza alcuna prosopopea o velleità d’eroismo, semplicemente un uomo comune con una grande cuore e un animo gentile e solidale. Una cosa RIVOLUZIONARIA, di questi tempi. Lui e il suo vicino (che assomiglia incredibilmente a mio padre da giovane, una cosa che immagino v’interessi moltissimo) vanno alla ricerca di un tesoro che il bisnonno di quest’ultimo dovrebbe aver sepolto nel giardino della vecchia casa di famiglia.

Ne seguiranno risvolti esilaranti e teneri al contempo, con un finale che fa venir voglia di alzarsi dalla poltrona e applaudire, ballare e cantare (e fa anche venir voglia di alzare il braccio sinistro con la mano chiusa a pugno, se la cosa non vi dà troppo fastidio, e se ve ne dà, ‘sti cazzi, direbbe il poeta trovatore del Trecento).

Mentre tutti cercano (invano) di entrare all’ultima proiezione di “Love” di Gaspar Noé (vi ho già parlato ieri della ressa che questo porno in 3D sta creando), io vado a seguire il nostro connazionale in concorso al Certain Regard: Roberto Minervini e il suo “Louisiana – The Other Side”.

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Dopo la trilogia sul Texas, le sue contraddizioni e i suoi incredibili anacronismi, Minervini si sposta in Louisiana e radicalizza ancora di più il suo stile, sempre più riconoscibile, un vero e proprio marchio di fabbrica. Ha inventato un linguaggio vero e proprio, niente di più, niente di meno: la sua commistione tra fiction e documentario rappresenta un enigma davvero inestricabile, la macchina da presa esplora spazi privati che si credevano (e forse dovrebbero essere, come molti dicono riguardo a questo suo ultimo lavoro) invalicabili.

Un pugno di personaggi ai margini della società statunitense, REALI, che vivono davvero una vita molto simile a quella che vediamo sullo schermo. L’abilità di Roberto Minervini di prendere il cuore pulsante e profondo di una nazione e mostrarcelo in tutta la sua crudezza e veridicità (apparente, questo il dilemma e in fondo anche la magia del suo cinema) ha davvero del soprannaturale.

Pieno di sequenze shock (metà della sala, eppure stiamo parlando di addetti ai lavori, esce durante la proiezione) e di momenti teneri, il film si concentra su due comunità, opposte ma dagli insospettabili tratti comuni: un gruppo di fanatici della guerra che si organizzano in campi di addestramento tra i boschi, e dei drop-out che vivono ai margini di tutto, del Paese, della piccola comunità di cui fanno parte, e della vita stessa, sfidata continuamente in una continua esplorazione dei limiti del corpo e dell’animo umano.

Minervini non lascia indifferenti, ci affascina con le sua panoramiche su paludi e vallate, per poi colpisci duro allo stomaco con la tossicodipendenza e tutto quanto è percepito come politicamente scorretto dal nostro perbenismo facebookiano che ci permette di giudicare qualsiasi cosa a distanza, ma ci ha fatto perdere ormai perdere la percezione dell’odore, del calore e del ribrezzo che la realtà dura e vera può operare sui moralisti di ogni classe sociale.

Viva Minervini e il suo sguardo, anche e soprattutto stavolta, quando la moralità dell’operazione risulta ambigua, sgradevole, mai conciliatoria. L’America profonda odia Obama, lo offende e deride in tutti i modi. Nei locali di striptease ci sono uomini perversi che si eccitano guardando spogliarsi donne all’ottavo mese di gravidanza. Dovremmo indignarci per questo? Dovremmo distogliere lo sguardo? No, no e ancora no.

Poi arriva la sera. Non si è parlato molto tra noi addetti ai lavori di questa proiezione, ma d’altra parte voi quanto chiacchierereste andando al funerale di un vecchio amico? Eppure, salendo le scale che portano alla sala Buñuel, quella in cui noi giornalisti non possiamo andare mai perché legati alla cronaca dell’attualità, quella dei restauri del Cannes Classics, ci si ritrova tutti. Oddio, non proprio tutti, ma quelli giusti, gli appassionati, quelli che stanno qui perché amano il cinema, non per rincorrere l’intervista al divo o (molto più spesso) divetto di turno e che guardano a stento un film al giorno.

Manoel de Oliveira, morto il 2 aprile scorso alla veneranda età di 106 anni, nel 1982 aveva girato un film/testamento, con la precisa consegna di renderlo visibile al pubblico solo dopo il trapasso, “Visita ou Memórias e Confissões”. A 74 anni suonati, sentiva avvicinarsi la fine.

Per sua e per nostra fortuna, il più grande regista portoghese e uno dei più grandi maestri del cinema europeo e mondiale è vissuto per altri 33 anni, girando altri VENTOTTO film.

Questa pellicola-testamento dice forse poco a chi non conosce de Oliveira, essendo un compendio totale della sua vita umana e cinematografica, un preciso resoconto delle origini, delle passioni, degli amori. Ma contiene un’idea di messa in scena semplice ed emotivamente devastante.

La macchina da presa entra in casa de Oliveira, a rappresentare la soggettiva di due visitatori, un uomo e una donna. Presenze fantasmatiche, all’apparenza, che si arrestano quando sulla scena entra il protagonista, Manoel de Oliveira appunto. Alla fine, le due voci/macchina da presa escono dalla casa e… entrano in campo. Ma allora il fantasma era proprio De Oliveira, che parlava da quella che, per noi, ormai, è l’oltretomba. Una foto del regista da bambino si allontana nel nero dello schermo fino a scomparire.

La più maestosa autocelebrazione che un regista abbia mai realizzato, non gratuita, non esibita, consegnata solo a chi lo ha amato e ha apprezzato la sua arte, in punta di piedi. Al riaccendersi delle luci in sala, la commozione è palpabile, le lacrime rigano il volto di molti di noi. Io non riesco a piangere: quando un artista già consegnato all’eternità riesce a chiudere in questa maniera, credo sia più giusto sorridere. Grazie Manoel, per tutto. Per quest’oggi, chiudiamo qua. Dissolvenza in nero. Titoli di coda.

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Manoel de Oliveira

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