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Il diario di Cannes 2015: Nanni Moretti, Gus Van Sant e il doc su Amy Winehouse

Tutti i giornalisti italiani l’hanno visto tranne me. Molti cittadini italiani l’hanno visto, e io no. Ma ho voluto aspettare, e da morettiano militante mi è costato una fatica boia. Ho voluto provare l’emozione di vedere il film con la stampa internazionale, di gioire ad ogni risata della sala, di aspettare il verdetto sonoro finale con le palpitazioni e la mani fredde.

Ho voluto, insomma, attendere il Festival di Cannes per vedere “Mia madre” di Nanni Moretti, ho voluto accompagnarlo al passaggio cannense come si fa con un caro amico ad un esame importante. E Nanni non ha tradito. Nanni non tradisce mai.

Sapete già tutto del film, LoudVision lo ha recensito e approfondito, non c’è alcun bisogno di scendere nella valutazione di merito e in profondità. Ma qualcosa va detta comunque.

“Mia madre” è un film che si ricollega fortemente a “Il caimano” nella struttura. Allora BISOGNAVA fare un film su Berlusconi, e Nanni riuscì a farlo e a non farlo allo stesso tempo, a narrare le difficoltà e l’inutilità di un cinema militante che parla solo a chi vuole ascoltare, a rappresentare mirabilmente la penetrazione nel nostro privato di quello che erroneamente si credeva confinato nella sfera pubblica dalla maggioranza degli italiani.

Oggi BISOGNA fare un film sulla crisi economica, sulla disoccupazione, sulle fabbriche che chiudono e che svendono a capitali stranieri. E Nanni lo fa girare contro voglia al suo alter ego Margherita Buy, partendo con un attacco diretto al cinema che mette in scena gli scontri e il sangue dal di dentro senza il giusto distacco artistico (si riferisce a “Diaz” di Daniele Vicari? Senza alcun dubbio sì), senza rimanere un passo a lato, come Margherita/Nanni dice da anni a tutti i suoi attori, perché bisogna vedere l’attore di fianco al personaggio.

Non vi fate confondere dalla sconfessione di questo assunto nella parte finale, Moretti ama non prendersi sul serio. Come fare a dare speranza alle nuove generazioni? Evocando rivoluzioni di piazza impossibili nella forma e dannose nella sostanza? No, attaccando il passatismo nostalgico dell’ “era meglio prima”, mettendo in scena una madre morente con lo sguardo rivolto perennemente in avanti, al futuro, al domani. C’è tantissimo altro nel film di Moretti, ma si finirebbe per cannibalizzare questo spazio, meglio fermarsi qua.

Chiudiamo con la soddisfazione degli applausi e dei bravó della proiezione stampa, dei dieci minuti di applausi della proiezione ufficiale, tappeti rossi stesi ovunque senza soprese perché Nanni, qui in Francia, è un idolo assoluto, perché qui si ama il cinema, non si ghettizzano gli autori solo perché in un momento spaventoso per questo Paese hanno avuto l’ardire di fare qualcosa, di contraddirsi ancora una volta e scendere nelle piazze.

Facciamo un breve salto in avanti alla tarda sera per un’ulteriore contraddizione. Nanni ha deciso che lo si nota di più se alla festa non solo ci va, ma la anima addirittura ballando scamiciato al centro della pista. D’altronde, quando la festa è in tuo onore… Piccola pillola dalla mia veloce calata al party di “Mia madre”, dal quale sono scappato dopo venti minuti e un bicchiere di prosecchino perché, davvero, “not my business”…

In tarda mattinata entro all’anteprima del doc biografico su Amy Winehouse, “Amy” di quell’Asif Kapadia già autore dell’ottimo “Senna”. Ve ne parlerò nell’apposita recensione in maniera approfondita, sala comunque partecipe e commossa nella parte finale. Un po’ pornografico nell’ostentazione del privato, forse, ma ci torneremo su.

Torniamo adesso alla delusione di questi primi giorni, quel “The Sea of Trees” di Gus Van Sant da cui ancora non mi sono pienamente ripreso. È il momento della conferenza stampa (vedi fotto sotto), di vedere se qualcuno avrà l’ardire di sparare verbalmente in faccia a Van Sant, Matthew McConaughey e Naomi Watts l’equivalente in forma di domanda dei fischi del giorno prima.

Lo fa un singolo corrispondente arrivato da Hong Kong, che non cerca le parole e non ci gira troppo attorno: «Mr. Van Sant, la adoro e la ringrazio per ogni suo lavoro precedente…  tranne questo. Cosa ha trovato in questa sceneggiatura da convincerla a realizzarla?». Ma Gus è un signore e un Dio della Settima Arte, e ribadisce con garbo la sua convinzione nel progetto e confessa la cosa che lo ha attratto più di ogni altra (e qui piccola soddisfazione perché nella recensione c’avevo preso, ma non era difficile conoscendo a menadito ogni rivolo della sua carriera): la scoperta di quell’immensa e suggestiva foresta nel cuore del Giappone ai piedi del monte Fuji, dove molti nipponici aspiranti suicidi vanno a morire a contatto con la natura selvaggia.

Alcune domande non solo eludono l’argomento ma sono davvero inutili, tipo la classica «Come vi trovate qui a Cannes?». Van Sant aggiunge che anche “Elephant” alla prima proiezione era stato fischiato, per poi vincere la Palma: questa volta non succederà, Gus, te lo metto per iscritto. I due attori si dilungano a parlare del loro rapporto con la spiritualità e con la morte, e sono costretti a cercare di dire su entrambi gli argomenti qualcosa di lontano dalla banalità, riuscendoci a tratti. L’assalto a Matthew McConaughey dalle fan all’uscita della sala è fragoroso e a stento contenuto dai nastri divisori, ma il barbuto divo è di buon’umore e la security deve venire a portarlo via (quasi) con la forza. Ma io pure mi sono goduto Naomi Watts in tutto il suo splendore, non mi posso lamentare.

Giornata ottima fino a questo punto, ma un’ecatombe vera e propria da qui in avanti. Tre “sold out” consecutivi mi lasciano con soli due film visti in tutta la giornata, cosa che non deve succedere, e non succederà più, potete starne certi. Dite che la visione del Moretti sudato e danzante vale come spettacolo cinematografico per la serata? Assolutamente no. È il sabato centrale del Festival di Cannes, la Croisette pullula di gente, intravedo la giurata Rossy De Palma salire in auto, e un sudatissimo Pascal Vicedomini tornare in albergo in maniche di camicia. È la goccia che fa traboccare il vaso, vado a dormire, buona notte e appuntamento al prossimo diario.

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