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Il diario di Cannes 2015: Visioni da Un Certain Regard

Ci eravamo lasciati con la promessa di portarvi dentro gli hotel sulla Croisette, requisiti per la maggior parte dalle major hollywoodiane che vi organizzano incontri, interviste, proiezioni, presentazioni… di giorno. Dopo le 23 diventano luoghi di struscio, con sfilate di moda senza passerella ad ogni angolo, ragazzotti brilli in cerca del superalcolico definitivo (soprattutto da propinare alle mannequins di cui sopra con la speranza di portarle via) e untuosi sessantenni con sigaro e sguardo rivolto ancora, sempre e comunque alla marea in abito da sera e tacchi alti. Interessante a livello antropologico, ma davvero ributtante se vogliamo tornar seri per un attimo.

I prezzi dei bar delle varie hall, però, sono incredibilmente altini ma non impossibili. E più sale il tasso alcolico, più diventa facile astrarsi e guardare il tutto come se ci si trovasse altrove: la marea di casino, roof garden, locali sulla spiaggia diventa un’unica poltiglia senza forma. Ma non si può non notare una cosa: insieme al glamour dei marziani che piombano qui per dieci giorni all’anno, ci sono anche gli autoctoni, soprattutto ragazzi, che girano in sciami, in gang o come diavolo volete chiamarle, sguardo sprezzante e sdegnato, in osservazione di tutto quanto accade come se si trovassero al luna park. Qualcuno dovrebbe assolutamente girare un film su questa incredibile dicotomia, prima o poi.

Tra i più sobri, comunque, si segnala il Grand Hotel preso in ostaggio dai colleghi di Variety, abiti normali, qualche sfigato con il quale ci si capisce al primo sguardo. Dite che è ora di tornare al cinema? Sono d’accordo con voi, è innanzitutto ora di tornare a casa, ci aspetta una giornata intensa che inizia, come sempre, molto presto.

E inizia con un sold out dal quale si rimane fuori, l’anteprima stampa di “Mad Max: Fury Road” di George Miller. Ma poco male, la redazione di LoudVision l’ha visto in Italia e vi ha comunque fornito un’esaustiva recensione. Si va quindi all’apertura di Un Certain Regard, il concorso B, il regno della sperimentazione e delle nuove promesse, spesso portatore di grandi sorprese e di cocenti delusioni. E oggi abbiamo un rappresentante per ognuna di queste categorie: “An” della giapponese Naomi Kawase (foto in alto), in Concorso lo scorso anno con il non indimenticabile “Still the Water”, e “One Floor Below”, del rumeno Radu Muntean.

An” di Naomi Kawase è una dolce carezza, un cinema a cui noi occidentali siamo davvero poco abituati, che riesce a creare ogni volta un mondo umanista e insieme naturalista, in una panica unione tra tutti i viventi di questo pianeta. Ciclo delle stagioni collegato a quello della vita, materiale visto tante volte nelle filmografie di maestri orientali del passato (Ozu e Yamada) e contemporanei (Kore-eda, quest’anno in Concorso, di cui parleremo diffusamente domani, vi ho già dato conto della disavventura), ma una specificità culturale e artistica ancora più affascinante, forse, per noi che osserviamo il tutto con sguardo “alieno”.

La cura delle piccole cose, l’importanza di fare bene il proprio lavoro e di fare come lavoro ciò che si ama, la saggezza ereditata dal passato e la speranza nel futuro, la malattia. Un errore probabilmente riservare “solo” il Regard alla Kawase, quest’anno, per un film più piccolo e intimista rispetto ai suoi soliti, senza ellissi temporali lasciate da colmare alla fantasia e all’attenzione dello spettatore, ma davvero commovente. Questo cinema non arriva in sala in Italia purtroppo, anche se, distribuito dignitosamente, siamo certi che riuscirebbe a trovare un suo pubblico affezionato.

Tutt’altro discorso per il secondo film in concorso al Certain, “One Floor Below” di Radu Muntean. Esponente di quella nouvelle vague rumena che ha probabilmente in Cristian Mungiu (già Palma d’Oro qui a Cannes) il suo esponente più autorevole, il film è un racconto minimalista che contiene in sé una rappresentazione della Romania tutta e dei suoi sentimenti più reconditi. Almeno nelle intenzioni. La storia non esiste, si tratta di un piccolissimo fatto di cronaca che sembra sempre sul punto di esplodere, ma non lo fa mai. Un uomo (Ionut Bora che lo interpreta è identico all’attuale Ian Gillan, il cantante dei Deep Purple, guardatelo occhieggiare dalla locandina — qui sotto — con la panza di fuori per credere) ascolta involontariamente un litigio tra una sua vicina di casa e un misterioso ragazzo.

L’indomani, la donna muore, forse un suicidio, più probabilmente un omicidio. Sarà stato proprio quel ragazzo misterioso? Il film vorrebbe mostrarci il menefreghismo e la cecità utilitaristica del rumeno moderno, attento solo al suo particolare, totalmente disinteressato a rischiare per qualcosa di anche molto vicino ma comunque fuori dalla porta di casa, dal suo nido familiare. Pronto a litigare verbalmente, ma non a rischiare in prima persona. Quando però la minaccia si avvicina davvero al nido, il tutto degenera nella rissa da strada meno cinematografica della storia. Non si può estrarre da un film il messaggio che vuole veicolare per salvarlo, il cinema e la messa in scena devono forzatamente venire per primi. E qui di cinema propriamente detto ce n’è davvero poco.

one-floor-below-

Il pomeriggio è occupato dalla proiezione di “Son of Saul” di László Nemes, Concorso ufficiale, opera magnifica per la quale vi rimando alla recensione appositamente dedicata. Piccola annotazione: il film è stato da alcuni rifiutato per la sua eccesiva cupezza. Non è una motivazione sufficiente né calzante su cui articolare un giudizio, specie per un’opera che ci scaraventa nell’inferno dei campi di concentramento mettendo in moto i nostri cinque sensi, mostrandoci l’orrore e allo stesso tempo nascondendocelo grazie alla contiguità totale tra la macchina da presa e il personaggio principale, sempre in scena. Saul si fa carico dell’occhio spettatoriale, stesso escamotage tecnico usato da Shinya Tsukamoto nel suo splendido, e colpevolmente ignorato, “Fires on the Plain”, per me la punta più alta del Concorso all’ultima Mostra di Venezia.

Ci sarebbe il tempo per qualcos’altro in serata, ma qui il vostro fedele reporter si prende l’unica libertà di questa intensa dieci giorni, e va a vedere qualcosa a metà tra un film horror e un balletto del Bolshoi interpretato da minatori turkmeni, quantomeno con la stessa grazia che avrebbero messo loro. Ma parliamo di calcio e di una squadra italica con la maglie azzurre di cui v’interessa sicuramente poco, quindi non voglio tediarvi ulteriormente. Una robusta parte della stampa italiana presente al Festival era lì con me a soffrire e tribolare, posso dirvi come (parziale) scusante. All’interno del pub cannense dove abbiamo assistito alla disfatta del nostro Napoli (e nominiamola ‘sta squadra, va’, per puro dovere di cronaca) un minisaggio su come guadagnare del denaro nel porto di mare e nel crogiuolo di nazionalità che è la cittadina di Cannes in questi giorni. Oltre a noi che guardavamo il calcio c’erano degli americani a guardare l’hockey e degli spagnoli a guardare la pelota (ebbene sì, la pelota, dove avranno trovato un canale in Francia che la trasmette? Puro spirito imprenditoriale, altro che storie, quegli spagnoli bevevano come spugne).

In un’altra sala ancora, un ragazzo palesemente brillo era impegnato a storpiare un pezzo dei Red Hot Chili Peppers davanti ad una macchina del karaoke, ripetutamente, dieci e più volte consecutive. Insomma, un vero e proprio circo Barnum che dispensava solo beveraggi, da mangiare nemmeno un’oliva. Il piccolo vantaggio è che questa unione di sport improbabili, birra e cattiva musica si trova a venti metri dal portone di casa. Meno male che c’è il cinema a consolare le inutili passioni sportive (filosofia da perdente, come ogni buon italiano, avessimo vinto vi avrei pubblicato una “ola” testuale, non so come ma avrei trovato il modo). Passo e chiudo, appuntamento al prossimo diario.

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