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Il diario di Cannes 2015: Yorgos Lanthimos, Woody Allen e Gus Van Sant

Il caldo soffocante dei primi giorni lascia il posto alla brezza tagliente che ci ricordavamo implacabile nella scorsa edizione: al Festival di Cannes le escursioni termiche non scherzano davvero, nemmeno fossimo nel Sahara.

Vi ricordate i dubbi che vi esternavo sulla convivenza di sette persone in casa con un unico bagno? Turni doccia rigorosi a intervalli di un quarto d’ora hanno brillantemente risolto il problema finora, per gentile concessione delle donzelle di casa che si truccano in camera con kit improvvisati ma pronti alla bisogna. Due di loro le vedete (se proprio vi va) tutte le notti su Rai1 all’interno del programma di Marzullo, e vi sfido a trovare qualche imperfezione nelle loro mise: professionalità italica batte disagi vari 1-0.

S’inizia come sempre di primo mattino con l’attesissimo “The Lobster” del regista greco Yorgos Lanthimos, grande favorito e Palma d’Oro in pectore nei commenti della vigilia. E qui la parziale delusione è in agguato. Per gli approfondimenti vi rimando alla recensione, qui mi limito a dirvi che avere Rachel Weisz e spogliarla completamente della sua sensualità per farne un anonima guerrigliera prima e una non vedente innamorata poi è quasi da denuncia penale.

Altra nota: il film è una variazione originale sul tema della coppia, come era del resto “Her” di Spike Jonze. Colin Farrell sfodera qui un baffetto meno folto ma comunque assimilabile a quello che aveva Joaquin Phoenix di là (il suo era un dichiarato omaggio a Theodore Roosevelt, negli Usa prototipo di uomo d’altri tempi). Quale riflessione si può tirar fuori? Per deprimere e rendere sfigati nei futuri e presenti alternativi che dir si voglia i bellocci hollywoodiani bastano un po’ di peli sotto il naso? L’esplosione delle barbe hipster ha relegato nei look “off” l’ostentazione del solo baffo? Aspettiamo un terzo indizio per farne una prova…

La seconda ora di “The Lobster” ucciderebbe un elefante, e infatti molti colleghi che hanno affossato (la maggior parte) e salvato (un numero più ristretto) il film già a metà proiezione ronfavano a tutto spiano. Ma i nomi non ve li faccio, giocate voi a capirli da soli leggendo le varie recensioni, se vi va. Altrimenti, andate al mare, che mi dicono che in Italia il tempo sia decisamente tendente al bello. Leggete solo la mia e fatevela bastare. Ma ora arriva Woody…

Non c’è nulla di meglio al mondo per me (credetemi, davvero nulla) che passare un’ora e mezza in una delle sale cinematografiche più belle al mondo a godermi la prima proiezione assoluta in anteprima mondiale di “Irrational Man”, l’ultimo lavoro di Woody Allen, presentato Fuori Concorso. Vi rimando sempre alla recensione, ma due parole diciamole anche di qua. Il puro piacere intellettuale che deriva dalla visione è secondo solo all’intensità delle risate di quel paio di momenti che rendono il film una commedia a tutti gli effetti. Perché l’argomento è davvero moralmente spinoso. Si può uccidere un uomo perché si è convinti che al mondo si stia meglio senza di lui? Anche se questa convinzione è basata su un discorso ascoltato casualmente in un diner (un topos alleniano anche questo, ricordate “Tutti dicono I love you”?).

Ecco che ritorna il buon Joaquin Phoenix, questa volta senza baffi e con pancetta alcolica prominente, diviso tra la matura Parker Posey e la studentella Emma Stone in un triangolo amoroso che è solo una delle mille sfaccettature di questo film meraviglioso. Correte a vederlo in sala a novembre, mettete da ora il promemoria sul vostro cellulare. Ma tanto chi ama Allen ci andrà a prescindere mentre gli altri rimarranno a casa, non c’è verso. Alla fine della proiezione intravedo il mio massimo idolo vivente ad una decina di metri di distanza che, leggermente ingobbito ma con passo sicuro, si avvia verso la sala della conferenza stampa. Ci vuole del coraggio a porre una domanda ad un intellettuale di questa portata, oppure sfacciataggine, oppure ignoranza. Io non posso nemmeno valutare la cosa, perché non riesco ad entrare.

Ma alcune pillole di saggezza dispensate da mister Allen arrivano anche fuori. Siamo destinati tutti allo stesso luogo, la tomba, e il compito degli artisti è di rendere meno difficoltoso questo viaggio con la meta già predefinita. Ti voglio un mondo di bene, Woody, anche perché questa volta chiudi il tuo film con una citazione del nostro Dino Risi, che non vi svelo per non rovinarvi la visione di questo finale roboante, incalzante, giusto senza possibilità di repliche.

Nel pomeriggio si recupera il maestro Kore-eda in Concorso, e avrete la recensione completa nelle prossime ore. Chiudiamo questo diario e questa giornata con una pugnalata al cuore, ancora più brutta perché arriva da un altro amore totale. “The Sea of Trees” di Gus Van Sant è un film sbagliato, mal riuscito, quasi senza capo né coda. Le notizie dei fischi e dei boati di disapprovazione al termine della proiezione arrivano sui computer di tutto il mondo praticamente in tempo reale.

È l’unico modo, ed è tristissimo doverlo constatare, per dei giornalisti specializzati di far pesare la propria valutazione, porgerla violentemente al pubblico senza nemmeno il bisogno dell’uso dei ferri del mestiere, la parola scritta. Tutto meritato questa volta, ma la tristezza rimane. Vi rimando alla recensione.

[CONTINUA]

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