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Il diario di Cannes 2015: Youth – La Giovinezza di Paolo Sorrentino

Ci eravamo lasciati sul tappeto rosso del Gran Teatro, mentre ero intento a entrare alla proiezione di “The Office” di Hong Won-chan, uno dei tre eventi notturni Fuori Concorso qui al Festival di Cannes. Possiamo dire senza tema di smentita che sarei potuto andare a letto senza alcun problema.

Un thriller dalle tinte horror con un assunto alla base anche potente ed estremamente contemporaneo: nella vita d’ufficio, si combatte per la sopravvivenza e per il posto di lavoro e, per mantenerlo, si usa ogni mezzo lecito e illecito, omicidio compreso. Una possessione diabolica che gli impiegati defenestrati si passano dall’uno all’altro, o forse no. Una stagista di provincia che, facendo tutto il male possibile, la fa franca e trova pure un altro lavoro, o forse no. Un maniaco che si aggira per i corridoi e i tunnel di aerazione dell’ufficio comparendo ogni volta dal buio con la botta musicale stile “Alien”, ma che poi non fa più, e forse non è nemmeno lui, e non è nemmeno un uomo.

Un film scombinato che mi tiene insospettabilmente sveglio ben oltre le due del mattino, attorniato da un pubblico di invitati elegantissimi che incrocio in sala per la prima e forse non unica volta in questo Festival (ci si riproverà per “Love” di Gaspar Noé, più avanti).

Sorvoliamo sul film in Concorso della mattinata di Joachim TrierLouder than Bombs”, solo perché potete trovarne ampiamente conto nella recensione come al solito dedicata, e arriviamo subito al punto, al film tra quelli in Concorso rimasti più atteso in Italia, perché stiamo parlando del premio Oscar, del nuovo Fellini (sgrunt, quanto era meglio quando sembrava essere il nuovo Petri con “Il divo”, ma davvero quelli sembrano ormai altri tempi), di Paolone Sorrentino da Napoli, adottato da Roma e ora spostatosi in Svizzera con il suo nuovo “Youth – La giovinezza”, da oggi al cinema anche in Italia (in fondo le foto della sala Lumière, qui a Cannes, alla proiezione del mattino).

Facciamo così, mettiamo le mani avanti. Queste che esternerò qui sotto sono valutazioni un po’ di pancia, che prendono in esame qualche singola sequenza e un discorso più generale sul Sorrentino autore, domani ci si ritornerà a mente fredda per tirarne fuori il quadro d’insieme. Intanto, potete andare a leggere la recensione del nostro corrispondente dall’Italia, che mi ha sgravato del peso di un articolo facendomi recuperare del tempo che qui a Cannes è la moneta più preziosa esistente, e facendo comunque un ottimo lavoro. Se avete guardato anche la firma (che non fa mai male per capire di quale recensore “fidarsi”, quale è più vicino ai propri gusti in questo mondo dove la soggettività sembra regnare sovrana) non è solo un omonimo, è proprio mio fratello. Davvero ributtante, lo so, questo nepotismo/fratellismo tipicamente italiano, ma la consanguineità potrà aprirgli davvero porte illustri, nel campo della ristorazione e del servizio ai tavoli così tanto ambito dai giovani laureati o laureandi. Perché sarà questo il motivo, no?, mica può davvero essere l’unico lavoro disponibile in questo fottuto Paese (sostituire “fottuto” con “beneamato” se siete patriottici, renziani o semplicemente fortunati, o “birichino” se siete moralisti, detestate il turpiloquio e chiedete il permesso ai vostri genitori per alzarvi da tavola anche oggi che avete quarant’anni suonati) per dei ragazzi disposti al sacrificio e alla totale rinuncia a diritti acquisiti con battaglie durate anni e cancellate subitaneamente con leggine apposite approvate dal Parlamento nel tempo di un batter di ciglia?

Ecco, vedete, il solo nominare Paolo Sorrentino mi ha intristito e fatto tornare con i piedi per terra mentre qui a Cannes si vola sempre alti e sospesi in un ”oltre” di breve durata ma di immensa soddisfazione.

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Ma il film, appunto. Jep Gambardella si divide in quattro, in un ricovero/pensionato di artisti in disarmo che non ha coordinate spaziali ben definite, sappiamo solo che lì attorno ci sono delle mucche al pascolo, una funivia e la solita coppia di ricconi decaduti e decadenti, che Sorrentino infila in tutti i suoi film fin dai tempi de “Le conseguenze dell’amore”, e che tromba un po’ dove capita. I quattro rappresentano i campi artistici che interessano al regista: la musica (il direttore d’orchestra e compositore Michael Caine), il cinema attraverso un regista (Harvey Keitel) e un attore (Paul Dano che interpreta Johnny Depp, so che fa ridere messa in questi termini ma è proprio così), il calcio (un sosia ciccione del Maradona ciccione di qualche anno fa).

Ognuno avrà il suo momento, più di tutti i due protagonisti interpretati dai due vecchi e gloriosi attori l’uno inglese (Caine) e l’altro americano (Keitel). Che di mestiere ne hanno e lo dispiegano a piene mani, soprattutto in un film che, è bene dirlo a scanso di equivoci, non mi è piaciuto. Ritengo modo di fare cinema di Sorrentino, negli ultimi tempi, pomposo e con un lieve sentore di cimitero. Un uomo ultra quarantenne che si identifica con degli uomini molto più anziani di lui, che forse tra un po’ scapperà in un eremo sulle montagne a fare perennemente saune e massaggi come i suoi protagonisti, che struttura ogni suo film come se fosse l’ultimo.

Ancora una volta il film si compone di una serie di episodi giustapposti, che concorrono a formare un quadro d’insieme dalle ambizioni smisurate. “Youth” inizia con queste due massime pronunciate da Fred Ballinger, il personaggio di Michael Caine: “La leggerezza è una tentazione irresistibile, ma anche una perversione” e “La monarchia è affascinante perché fragile, l’abbattimento di una sola persona contribuisce a cambiare il mondo”. Così, con il punto fermo alla fine. Questo procedere per massime assolute, che ambiscono a rinchiudere interi campi di studio in una successione di parole, è la cosa che meno sopporto del Sorrentino sceneggiatore.

Ma qui davvero all’asciugarsi dello virtuosismo registico si accompagna il moltiplicarsi dei salti senza paracadute, dei tentativi di surreale che, c’è poco da fare, o si prendono o si rifiutano senza possibilitaà di mediazione. C’è una cosa che Caine fa con la carta di una caramella Rossana che proprio non ho capito, o forse sì: che sia il RUMORE delle case dei vecchi? Per il momento mi fermo qua anche perché rischio di spoilerarvi (orribile termine moderno) troppo, e non vorrei mai. Come promesso, ne riparleremo.

A chiudere la giornata una botta invece del cinema che più adoro, quello che costruisce una macchina narrativa e cinetica che funziona divinamente, e dalla quale l’estrazione del messaggio è un corollario che arricchisce soltanto la fruizione di primo livello, quella fondamentale per la fruibilità del pubblico, entità tutt’altro che astratta di cui siamo tutti al servizio. Sto parlando di “Sicario” di Denis Villeneuve, altro film in Concorso per cui vi rimando alla recensione. Un film massacrato da molti, così come Sorrentino è apprezzato o addirittura osannato da molti. Magari sono io che mi sbaglio su tutta la linea e sono loro ad aver ragione, ma voi fedeli lettori vi fidate del vostro cronista, giusto? Sono spossato, sarà colpa di Sorrentino forse, ma voi tornate qui domani che di sicuro ne riparliamo.

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