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Il diario di Cannes 2016: Jim Jarmusch, Kylo Ren e le categorie professionali

Non ci si ferma un attimo qui al Festival di Cannes 2016. Lì in fondo, così lontano così vicino, c’è il mare, ma per noi non esiste, è solo portatore di quel vento tagliente che ogni tanto spazza la Croisette e rende l’accensione di una sigaretta complicata quanto la laurea in microfisiologia, che probabilmente nemmeno esiste.

Centinaia di eventi ogni ora, incontri, proiezioni, dibattiti, aperitivi, saltimbanchi, nani, ballerine, meglio concentrarsi sul Palais, sul Concorso, su quei pochi film che si riescono a incastrare per puro piacere (domani ci sarà un diario completamente dedicato al Cile, ve lo anticipo già da ora, e non fate quella faccia, che ci sono motivi nobili).

Vi avevo promesso nell’ultimo diario di spendere due parole sui due grandi mondi lavorativi che dividono spazi e proiezioni dedicate alla stampa (o meglio uno grandemente considerato e coccolato, l’altro espressione di una nicchia di nerd che non hanno nemmeno avuto la fortuna di perdere il tempo libero a divorare fumetti di tizi in calzamaglia per ritrovarsi improvvisamente al centro del mondo): i critici cinematografici e i giornalisti cinematografici. Non è la stessa cosa, direte voi? Assolutamente no.

Dei primi mi onoro di far parte se a loro non dispiace. Sono quelli che il cinema lo hanno studiato, che hanno migliaia di ore della propria vita (piacevolmente s’intende) a guardare film, a completare cinematografie, a recensire pellicole cercando di tirarne fuori l’essenziale, l’inivisibile agli occhi dello spettatore. Che, badate bene, non è più stupido, ma semplicemente nella vita non ha avuto il tempo o la passione per fare tutto questo, per dedicare una frazione importante e considerevole del suo vissuto al cinema. Siamo gente strana, ci troviamo bene solo tra di noi, come mettiamo un piede fuori dal Palais sentiamo di muoverci in territori ostili, non ce ne frega nulla d’incontrare attori o di farci fotografare con loro, semmai vorremo intervistarli approfonditamente ma questo è un privilegio riservato a pochissimi eletti, ci divertiamo di più a guardare un film cambogiano alle dieci della sera che ha ballare “a far l’amore comincia tu” alle 2 del mattino.

Poi ci sono i giornalisti cinematografici. Molti sono validissimi, TUTTI quelli che per caso si sono imbattuti in queste righe sono validissimi (non mi date del pavido, sono tanti e qualcuno è pure grosso). Guardano il film della mattina e poi parte la caccia all’intervista. Intendiamoci, niente di male, è lavoro, vengono pagati, buon per loro. Ma non ci si spiega, in tanti casi, perchè abbiano scelto il cinema e non il diportismo di lusso o la caccia di frodo come materia professionale, probabilmente perchè ci sono gli attori con cui farsi fotografare, perchè i Festival si fanno in bei posti, cose così… Se il film non è italiano o statunitense, o di uno di quei maestri riconosciuti ma non troppo ostici che proprio se non l’hai visto non hai argomenti per parlare a cena, non vanno a vederlo nemmeno se è in Concorso. Sono, appunto, alla caccia d’interviste ma spesso il film non l’hanno visto, quindi sciorinano la domanda inoffensiva e gossippara e se la cavano così.

Da dove è nato questo discorso? Dal numero impressionante di domande per nulla interessanti (che inevitabilmente causano risposte ancora meno interessanti) che si sentono in conferenza stampa, che poi sono quelle che vi ritrovate nella maggior parte dei giornali e siti di settore. Chi capisce di cinema non ha accesso alle interviste, chi non ne capisce nulla magari ha accesso ma fa domande banali perchè spesso il redattore della rivista di riferimento (spesso femminile) vuole così. Questo è, signori e signore, e questo ci teniamo. Beninteso ci sono critici ignobili come il sottoscritto (ok, non lo penso ma scriverlo fa tanto autoironia che è la cifra stilistica della modernità), e giornalisti/e appassionati/e e competenti, ma questo è uno sfogo generalizzante teso ad evitare le generalizzazioni del tipo “la stampa italiana fra schifo”, quindi è contraddittorio e non ha alcun senso. Bene.

Punto e a capo e, prima di entrare in sala conferenze per l’incontro con Jim Jarmusch (il suo “Paterson”, in un mondo giusto, stravincerebbe la Palma senza alcun rivale) tiriamo giù una breva nota riassuntiva di questa prima parte abbondante di Concorso: cercasi personaggi maschili interessanti disperatamente. È un Festival completamente al femminile, stracolmo di bravissime attrici impegnate in ruoli intensi e incisivi; dall’altra parte della mela, (quasi) il nulla. È un buon segno no? Negli anni passati ci si lamentava dell’esatto contrario. Dico soltanto che Sonia Braga, Kristen Stewart, Sandra Hüller (e deve ancora arrivare Isabelle Huppert…) hanno indovinato grandi prestazioni attoriali in un’annata densa, ognuna di loro lo scorso anno avrebbe vinto a mani basse, se escludiamo la coppia magica Blanchett-Mara di “Carol”.

Rock on, e dentro alla conferenza stampa di “Paterson” con Jim Jarmusch, Adam Driver e la bellissima e bravissima (eccone ancora un’altra) Golshifteh Farahani. Jarmusch deve aver fatto un patto col diavolo, o forse più di uno, ha 63 anni ma ne dimostra venti di meno, il capello bianco stile Wolverine è più scolpito che mai, il tono di voce cavernoso e suadente (il mio è un innamoramento vero e proprio, ma solo artistico ok?). Adam Driver sfoggia la pettinatura Kylo Ren, che sarà costretto a mantenere almeno per un altro paio d’anni abbondanti, come farà a lavorare nel frattempo ‘sto ragazzo? Scrivetegli qualche ruolo da emo (ma esistono ancora? Non se ne parla più, vero? Sono terribilmente vecchio, vero?) o qualche ruolo da musicista maledetto dark/new wave, vi dirà di sì, è obbligato a dirvi di sì. Voglio iniziare il resoconto di una conferenza stampa frizzante come poche con il contributo del valente collega Salvatore Marfella, che fa una domanda seria e circonstanziata e un’altra giocosa che ci fa ridere tutti, Jarmusch compreso.

Da italiano, doveroso chiedere il perchè della presenza di tanti italiani nel film: Dante AlighieriFrancesco Petrarca e un sorprendente Gaetano Bresci, che ha abitato a Paterson , New Jersey, nel corso della sua vita. Jarmusch risponde che, in un film che parla di poesia, gli è sembrato doveroso citare due tra i poeti più grandi di sempre, e che la città di Paterson a inizio secolo era un mondo vivo ed elttrizzante, dove molti rifugiati politici trascorrevano qualche anno di vita, Bresci compreso. Ed ecco l’altra domanda: ” Il film è amobientato a Paterson ed ha un protagonista di nome Patterson. Inoltre il protagonista è un autista di autobus (bus driver) ed il protagonista è Adam Driver, L’ha scelto per questo?”. Jarmusch sta al gioco e, con un sorrisetto che gli increspa gli angoli della bocca, risponde che è assolutamente questo il motivo, di averlo scelto per associazione mentale.

Alle continue domande sul senso del suo film, Jarmusch ammette di non saper rispondere, di non riuscire ad analizzare retrospettivamente la propria opera, di sapersi esprimere solo attraverso i propri film. Modo gentile di dire che non si devono fare MAI domande ad un artista sul senso della propria opera. Al limite, si può provare a dare la propria interpretazione ed attendere la reazione. Jarmusch aggiunge di non essere un analista o un critico, e mostra un rispetto tale verso la professione con questa precisazione che poco ci mancava che il vostro cronista scattasse in piedi e gli tributasse un altro applauso fragoroso oltre quello al suo ingresso.

Parlando della colonna sonora, composta proprio dal regista insieme al sodale Josef Van Wissem, dice di aver inserito nel corso della sua carriera qualsiasi tipo di musica, dal rock, alla classica, al jazz, fino ad arrivare all’elettronica di questo film, da lui ritenuta la più adatta al contesto. “Nel precedente Only Lovers Left Alive c’erano molte chitarre anche perchè l’ambientazione era Detroit, sede di una scena rock molto interessante, oggi come in passato.

Ecco invece una sintesi che punta a spremere il succo delle dichiarazioni di un alquanto laconico Adam Driver: “Con una sceneggiatura così straordinaria, il mio lavoro non è stato difficile, ho lavorato in sottrazione perchè fare di più avrebbe significato forzare la bellezza del testo. Il mio personaggio nel film ascolta, ho cercato di cercare una tranquillità interiore tale da poter risultare credibile e concentrato nei miei piani d’ascolto”. Poi tutt’a un tratto si rianima, tira fuori una spada laser, e comincia a tirare fendenti a destra e a manca, urlando . Ok, non l’ha fatto, ma con quei capelli …

Ultima parte dedicata alla bellissima Farahani, messa al bando in patria e ora, dopo un film in cui recita molto svestita, probabilmente destinata a non rientrare presto in Iran. Quando un suo connazionale si alza per rivolgerle la domanda, l’espressione del suo viso cambia, i lineamenti si trasfigurano in una smorfia di tensione, per fortuna il corrispondente non è in vena di provocazioni, si limita a farle i complimenti e poi chiede a Jarmusch il suo grado di conoscenza della poesia iraniana. Jim, contrito, ammette di non saperne nulla.

All’uscita dalla conferenza Enrico Ghezzi prende appuntamento con Jarmusch per la cena, il regista firma autografi inforcando degli spessi occhiali da vista che lo avvicinano un po’ di più alla sua età effettiva, ed io già pregusto quello che succederà tra qualche giorno. Jarmusch ha ancora da fare, qui a Cannes. Giovedì arriva “Gimme Danger”, il documentario sugli Stooges Fuori Concorso: a presenziare, un altro vecchio ragazzo il cui percorso di vita ha incrociato brevemente la città di Paterson, un certo Iggy Pop 

 

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