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Il diario di Cannes 2016 – Xavier Dolan, N.W.Refn e le file interminabili

Ma non si era detto nella puntata precedente che oggi si sarebbe parlato di Cile? E invece no, rimandiamo ancora, e già vedo urla di disperazione davanti ai vostri computer e gente che tenta il suicidio mentre un Cd degli Inti Illimani suona a volumi inumani. Ma bisogna rendere omaggio a due grandi maestri che hanno presentato due film magnifici alla Quinzaine, quindi sono rimasti fuori dalla recensioni canoniche, quindi ribadisco che dovere fidarvi di me. Ma oggi si parla di varie ed eventuali, che c’è tantissimo da dire e da segnalare, in questa edizione del Festival di Cannes stressante e oberata di impegni, di proiezioni, di file, di sole, di sigarette, di sòle. Ogni volta che si spende del denaro fuori dal Palais si viene turlupinati, puntualmente: i ristoratori di Cannes hanno quel simpatico atteggiamento da “sto per farti pagare una pizza ignobile 15 euro, ma ti sto facendo un piacere enorme, ti faccio sedere su una sedia a Cannes, quindi ringraziami, pezzente!”. Meno male che si è mangiato fuori il meno possibile, grazie alla provvidenziale mensa dei lavoratori del Palais accessibile anche a noi giornalisti, pasti semicompleti a 8 euro, qualità decente, una manna dal cielo. Bisogna trangugiare quello che vi viene messo davanti senza pensare troppo al senso di quello che si sta mangiando, però, altrimenti lo shock culturale è fortissimo. Un esempio per tutti: ieri ho mangiato una sogliola in umido con contorno di tortellini …

Capitolo file per i film più attesi, un vero e proprio romanzo (dall’organizzazione) criminale. Quattro i film più attesi, tutti piazzati alla sera, quando tocca dividersi tra sale medie e piccole, mentre la mattina al Gran Teatro da 2400 posti entra chiunque, anche gli accreditati del ’73 che hanno perso la strada di casa. Parliamo di Jarmusch, Assayas, Dolan e Refn. Tra l’ora e mezza e le due ore di fila per tutti, e per Assayas non è nemmeno bastato. Sole preso da una sola angolazione, abbronzature ridicole e clownesche, disidratazioni, nessuno svenimento nemmeno da parte di accreditati ultrasettantenni con la bombola d’ossigeno, noi cinefili siamo gente tosta e longeva (almeno spero). Forse difficilmente comprensibile all’esterno questa situazione da concerto rock all’apertura dei cancelli, ma tanto per farvi comprendere una porzione di dura realtà, che magari pensate che qui ci accompagnino in sala con il bicchierino di champagne e un quartetto di violini che suona live perennemente come l’orchestrina sul Titanic. Potrebbero farlo però, anzi DOVREBBERO farlo.

Le accoglienze per i due giovanotti più cool del Festival, parliamo di Xavier Dolan e Nicolas Winding Refn, sono contrastanti e divertentissime da analizzare e sviscerare. Per Dolan pregiudizio positivo, a prescindere, per Refn l’esatto contrario. Vi rimando alle recensioni, ma entrambi hanno realizzato film fortemente imperfetti ma con tocchi di classe dispiegati qua e là. Sono le due regie più interessanti di tutto il Concorso, il mio gusto propende sempre e comunque per Refn anche se, come vedete dai voti, il film di Dolan è un pelo superiore, non posso negarlo. Ridondanti, squilibrati, formalisti, uno (Dolan) è un geniale talento dal gusto kitsch, che nel suo cinema funziona perfettamente ma mi porterebbe a evitarlo come la peste nella vita reale dovessi averlo come amico. L’altro è un nerd/punk, ossimoro che gli calza a pennello, da sempre autore di opere contrastanti e sadiche, che questa volta svuota il suo cinema, lo rende pura forma, siamo tutti lì sui blocchi di partenza pronti ad osannare e ad applaudire … e invece pian piano quella meravigliosa forma si riempie di contenuti sempre più goffi, traballanti, sballati. Mannaggia a te Nicolas, non posso continuare a difenderti a spada tratta con tutti i tuoi detrattori, ma la spada è sempre sguainata, non sarà tratta ma è bella affilata.

Capitolo conferenze stampa dei due ragazzacci. Da Refn non sono andato per riuscire a recensirlo in tempo utile (quindi, visto che molti ancora dormono, andate a leggerla e cliccatela più non posso, che diamine, mi son perso Elle Fanning dal vivo per voi, ma chi me l’ha fatto fare?), ma ho adocchiato qualcosa dal monitor della sala stampa. Mi aspettavo massacri (in sala ieri sera, silenzio assoluto, qualche sporadico buuuu, un buffone! e un cialtrone!, quindi di sicuro gli urlatori finlandesi non erano) e invece tutti a parlare di capolavoro e di film migliore della selezione. Non ci sono mai mezzi termini, ma è mai possibile? Pare che Nicolas, si può vedere nel documentario su di lui realizzato dalla moglie, soffra parecchio le critiche. Ma, secondo me, un po’ le cerca, come ho scritto nella recensione, è uno strano tipo di masochista, avrebbe forse bisogno di un vero psicologo invece delle sedute psicomagiche del mago Alejandro (Jodorowsky), suo grande amico e mentore.

Da Dolan, invece, sfila tutto il gotha del cinema francese, e la sala mezza vuota è una sorpresa assoluta: visto lo sciovinismo estremo mi sarei aspettato qualche tricolore sventolato in platea, e una Marsigliese con la mano sul cuore prima di cominciare. Ma sarà colpa del regista, che si crede francese ma è un maledetto quebecois … Vincent Cassel in barba bianca e capello altrettanto, Seydoux di bianco vestita, Cotillard bella come non mai. TUTTE le domande vengono poste a Dolan, che è davvero una star, capace di soverchiare tutto quel popò di glamour che aveva a destra e a sinistra. Quasi tutti chiedono le stesse cose: com’è stato lavorare con questo cast? Ci spieghi l’uso delle musiche (domanda “gentile” ed equilibrata)? La domanda vera: come t’è venuto in mente di ripescare “Dragostea Din Tei” che non se la ricorda più nemmeno l’ultimo bibitaro dell’arenile di Ostia? Dolan elude, non risponde, parla di ritmica, ma potrebbe difendersi dicendo che almeno un pezzo importante, anche se comuque arcifamoso, l’ha comunque ripescato (parliamo di “Natural Blues” di Moby sui titoli di coda). Lascio la bella compagnia per correre a recuperare un film, al momento non ricordo nemmeno quale, l’arco temporale in cui scrivo è indefinito, etereo, come una sequenza del film di Refn.

Domani c’è da parlare di proteste politiche da red carpet, e poi forse, finalmente, anche di Cile. Ancora una volta, bellocchianamente parlando, fate bei sogni.

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