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Il Dio delle pistole spara ancora

I Lynyrd Skynyrd non sono più un gruppo. Hanno smesso di esserlo già da molto tempo per diventare una vera istituzione, un modo di essere e di vivere. Non ha più nessuna importanza chi suoni nel gruppo, chi è rimasto, chi era imparentato con altri membri, Lynyrd Skynyrd è un qualcosa che va ed andrà avanti a prescindere da tutto e tutti, con caparbietà, semplicità e voglia di suonare, di diffondere quel pugno di canzoni che hanno fatto la storia della band, del rock sudista e del rock in generale.

Da sempre sono successe cose terribili in e a questa band, storie di droga e alcool, incidenti, malattie. I membri deceduti non si contano nemmeno più, basti pensare che solo durante i primi mesi del 2009 sono morti ben due componenti della band, il tastierista Billy Powell (entrato nell’organico durante la preparazione del primo album nel 1973) ed il bassista Donald Evans, a sua volta sostituto del defunto bassista originale Leon Wilkeson. Roba da far venire voglia persino ai Mayhem di darsi una toccatina…

Tutte queste situazioni conferiscono alla band quest’aura di semplicità, quest’atmosfera da in fondo questa è la vita vera e si va avanti e il loro pubblico li ama anche per questo.
Pertanto dopo ben 12 anni di assenza dai palchi italiani, l’atmosfera all’interno di un affollatissimo Palasharp è permeata di quell’attesa da vero evento d’altri tempi, come difficilmente si respira ancora ai concerti odierni, ed il boato all’ingresso dei sette musicisti (più due coriste) è impressionante.

Via allora, con tutti i classici della discografia fondamentale della band, ovvero i primi cinque album, pubblicati tra il 1973 ed il 1977, l’ultimo dei quali appena tre giorni prima di quel maledetto incidente aereo che, insieme ad alcuni membri della band, uccise anche un sogno in rapida e continua ascesa. “Working For MCA”, “I Ain’t The One”, Saturday Night Special”, non sono solo canzoni, ma veri brividi lungo la schiena, con le tre chitarre di Gary Rossington, Rickey Medlocke e del nuovo entrato Mark Matejka sempre sugli scudi ed efficaci nello scambiarsi lick e assoli come la tradizione della band richiede.

Johnny Van Zant, fratello minore di Ronnie, il defunto leader della band negli anni ’70, è oramai il frontman da ben due decadi e la sua presenza scenica è assolutamente fuori discussione, così come la sua calda e profonda voce, forse, data la notevole esperienza accumulata, persino meglio di quella di Ronnie stesso (aaaarrgghh… l’ho detto!). Naturalmente lui non sarà mai Ronnie e questo molti non glielo perdoneranno mai, ma tant’è e lui si accontenta di svolgere il suo compito con dignità e maestria, mettendo da parte l’ego.
L’emozione è palpabile quando il biondo singer dedica la mitica “Simple Man” ai recentemente scomparsi compagni di band e a tutti gli altri, e il pubblico presente non si risparmia nell’aiutarlo a celebrare cantando a squarciagola praticamente ogni parola.

Tutto perfetto quindi? Ma neanche per sogno! I suoni che escono dall’impianto ci mettono un bel po’ a stabilizzarsi, cosa abbastanza insolita per un livello professionale di tale caratura, mentre di tanto in tanto il microfono di Johnny fa le bizze. Ma ancora più preoccupante è il fatto che in tutto la band abbia suonato appena un’ora e mezza circa, tralasciando completamente gli ultimi trent’anni di carriera e discografia!
L’impressione è pertanto quella di una band che, nonostante tutti i buoni propositi, sia purtroppo completamente schiava del proprio seppur fondamentale passato, come se di 35 anni di attività solo 5 di essi valessero la pena di essere celebrati e ricordati. A meno che la band stessa non abbia deciso di sottovalutare la data italiana del tour fornendo una performance ordinaria, crediamo che serva loro un po’ di fiducia nelle loro più recenti composizioni.

Poco di tutto ciò comunque interferisce con la voglia di emozioni del pubblico intervenuto e bastano le note iniziali delle arcinote “Sweet Home Alabama” e “Free Bird”, poste naturalmente in chiusura di set, a ripagarlo di gioia con un autentico pezzo di storia del rock. A conti fatti questo è ciò che conta.

Working For MCA
I Ain’t The One
Saturday Night Special
Gimme Back My Bullets
What’s Your Name
Simple Man
That Smell
Whiskey Rock N’ Roller
Down South Jukin’
The Needle And The Spoon
Double Trouble
Tuesday’s Gone
Gimme Three Steps
Call Me The Breeze
Sweet Home Alabama
Free Bird

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