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Il documentario non è un’abitudine

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Forse Robbie Collin, critico del Telegraph, pecca un po’ di cine-sciovinismo quando dice che il Leone d’Oro “Sacro GRA” di Gianfranco Rosi difficilmente riuscirebbe a impressionare uno spettatore inglese perché, a differenza dell’Italia, «qui siamo abituati ai grandi documentari». Però, al di là dei giudizi di valore sul film, Collin fa un’affermazione giusta: per noi italiani i documentari non sono un’abitudine. Ne vediamo pochi, ignoriamo quasi del tutto ciò che accade negli altri paesi e la produzione nostrana, a cui l’anno scorso la Mostra di Pesaro ha dedicato un focus, è di qualità altalenante.

Non c’è da stupirsi allora se, quando un documentario (italiano) vince il premio maggiore a Venezia, Pupi Avati reagisce — come riportava l’ANSA nel fine settimana — mettendone addirittura in discussione la dignità cinematografica. Né suonano meno confuse le parole dello stesso Rosi, orgogliosamente “narratore” e non “documentarista”, che in un’intervista difende il diritto del cinema ad essere «metafora» e non «reportage» e ci tiene a puntualizzare che «tutto quello che giro io lo penso per il grande schermo, non per la televisione».

Eppure oggi, nel 2013, che il cinema documentario sia cosa diversa dal reportage televisivo dovrebbe essere una nozione ovvia. Basterebbe guardarsi intorno. Al Milano Film Fest sono appena passati l’inquietante “The Act of Killing” di Joshua Oppenheimer e una retrospettiva completa di Sylvain George; pochi mesi fa “Searching for Sugar Man” di Malik Bendjelloul ha vinto l’Oscar; a Venezia quest’anno c’erano Errol Morris, Frederick Wiseman e Wang Bing, due anni fa c’era Viktor Kosakovskij. Basterebbe guardarsi intorno ma ha ragione Robbie Collin, non siamo abituati.

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