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Il fascino dell’immortalità

La giovane ragazza, le cui straordinarie doti interpretative e compositive conquistarono gli ambienti underground della mitica New York degli anni settanta, oggi è una minuta sessantenne che conserva ancora il magnetismo e la voce che l’hanno resa una delle figure più importanti della storia del rock. Messa da parte la chitarra elettrica, Patti Smith si presenta sul palco con un inconsueto trio acustico, accompagnata dal fedele chitarrista e amico Lenny Kaye e dalla timida figlia Jesse al piano.

Il primo pensiero va al ricordo di Micheal Jackson a cui la Smith dedica il primo pezzo, la dolente “Beneath The Southern Cross”. Dopo l’entrata della figlia per l’esecuzione di “Grateful”, tratta dal disco “Gun Ho”, il concerto entra nel vivo e il pubblico viene letteralmente ipnotizzato dall’introspezione drammatica di “Birdland”, brano che ben rappresenta l’influenza che l’avanguardia free form ebbe sull’opera di Patti Smith, in primis sul disco d’esordio.

Il pathos generato dall’incredibile performance, e dilatato dalle note di “My Blaken Year”, viene miracolosamente stemperato dalla chitarra reggaegiante di Michael Campbell in “Redondo Beach” e dal ritmo volteggiante di “Kimberly”.

Dopo un intenso duetto con Lenny Kaye nella suggestiva “Ghost Dance”(“Easter”, 1978), arriva finalmente il punto di rottura, comune a tutte le recenti performance di Patti Smith, quando al ritmo di “Dancing Barefoot”, l’entusiasmo si fa contagioso e il pubblico, fino a quel momento composto, si riversa sotto il palco a ballare. Così la naturale empatia creatasi tra gli spettatori e la poetessa venuta dal New Jersey diventa un coro di mille e più voci che intonano “People Have The Power” e “Because The Night”.

Dopo una breve uscita di scena, i protagonisti di questa indimenticabile serata tornano sul palco, regalandoci ancora un momento di grande intensità con “Wing” (da “Gone Again”, 1996), per poi congedarsi con la travolgente “Gloria”, indimenticabile cover dei Them di Van Morrison.

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