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Il fascino dell’indeterminatezza

Marcello Fois ha presentato “Apan-The Ape” come un film che non si può raccontare, ma che bisogna vedere per cercare di capire. E qui sta il punto, in quel cercare. Perché anche a vederla, l’opera seconda dello svedese Jesper Gansladt, presentata alle Giornate degli Autori, non fornisce molti indizi allo spettatore, desideroso di venire a capo della sconvolgente, enigmatica vicenda di un individuo che un giorno si sveglia disteso sul pavimento del proprio bagno e ricoperto di sangue, e inizia una giornata solo apparentemente come tutte le altre, durante la quale scopre che la sua vita è stata in realtà sconvolta da un evento tragico quanto misterioso.

Il fascino del film in realtà sta proprio nella sua indeterminatezza, ed è forse per questo che il regista, il produttore e l’attore protagonista Olle Sarri hanno risposto con reticenza alle domande rivolte loro dopo il film.

Jesper, oltre alla regia ha firmato anche la sceneggiatura. Come è nata questa storia così enigmatica?
J.G.: Ho girato questo film perché sentivo che avevo l’urgenza di farlo, è stato come un processo naturale per me. Ho sempre letto storie di tragici omicidi all’interno della famiglia sulle pagine di cronaca dei giornali, e pensavo che la notizia secca di un fatto del genere nascondesse in realtà un abisso da esplorare. Ero soprattutto interessato a scoprire cosa succede dopo un fatto del genere.

Olle, cosa prova un attore quando riceve la proposta di un ruolo così complesso? Il tuo è un personaggio difficile, dalla personalità dissociata.
O.S.: Non sapevo nulla del personaggio quando ho accettato il ruolo, il regista non mi ha fatto leggere la sceneggiatura fino alla fine delle riprese.
J.G.: Era parte del progetto il fatto che l’attore non sapesse assolutamente nulla della storia: volevo che lui, come il personaggio e come il pubblico stesso, non capisse cosa gli stava succedendo. L’ho fatto di proposito: non volevo che altri capissero fino in fondo questa storia immaginata da me.

È per questo allora che i dialoghi sono pochissimi e tutti riferiti alle azioni che si svolgono in un dato momento e mai alla storia?
J.G.: In un certo senso sì, non ci sono dialoghi pertinenti alla storia perché non volevo che gli spettatori formulassero giudizi. Volevo semplicemente raccontare una semplice giornata stressante nella vita di un individuo qualunque, al quale improvvisamente succede un fatto sconvolgente che né lui, né tanto meno lo spettatore sa spiegarsi in modo univoco.

Cosa ci dice della scena in cui Krister entra in chiesa? Anche quella è parte di una giornata qualunque, o c’è una relazione con il rapporto tra colpa ed espiazione?

J.G.: Tutto il film è permeato dal senso di colpa e Krister cerca un’espiazione, anche se non sappiamo bene il motivo. In quella scena viene attirato dapprima dalla musica, poi dalla presenza di altra gente, anche se presto si allontana in quanto si sente estraneo a quella massa di persone riunite per pregare.

In Svezia il film si è già assicurato una distribuzione?
Jesper Kurlandsky (produttore): In Svezia fortunatamente è un momento d’oro per la produzione cinematografica. C’è molto spazio per la sperimentazione. Infatti abbiamo già trovato un distributore. Sul successo che il film avrà in sala è presto per parlare.

La buona accoglienza del pubblico veneziano è già un discreto punto di partenza.

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