Home > Interviste > Il Figlio di Saul | Incontro con l’attore Géza Röhrig

Il Figlio di Saul | Incontro con l’attore Géza Röhrig

L’ungherese Géza Röhrig, scrittore e attore, è il protagonista di “Il figlio di Saul” (“Saul fia”), notevole opera prima di László Nemes già vincitrice del Grand Prix al Festival di Cannes 2015 (qui la recensione) e del Golden Globe come miglior film in lingua straniera. Il prossimo 28 febbraio, probabilmente, arriverà anche l’Oscar. Anche se, commenta Röhrig, «vincere premi è come vincere alla lotteria: se succede sei contento, altrimenti va bene lo stesso».

Ma perché questo piccolo film, che vedremo al cinema distribuito da Teodora a partire dal 21 gennaio, costato un milione di euro (e se un difetto gli si può imputare è proprio un’evidente povertà di mezzi che ne intacca un po’ il fortissimo impatto realistico) e girato in poco più di venti giorni sta raccogliendo tanti consensi a livello internazionale?

“Il figlio di Saul” è, all’apparenza, l’ennesimo film dedicato all’orrore della Shoah: il Saul del titolo è un membro del sonderkommando di Aushwitz, obbligato a collaborare attivamente allo sterminio dei suoi compagni di prigionia. Ma, come spiega Géza Röhrig nel corso di un interessante incontro con la stampa romana, il film di Nemes non è interessato tanto a raccontare una storia (anzi, la vicenda di Saul è minima, enigmatica e sfuggente) quanto a portare sullo schermo una rappresentazione cinematografica dell’esperienza vissuta dentro l’inferno di Aushwitz. Un’esperienza impossibile da mettere in scena.

«La rappresentazione frontale – dice Röhrig – non funziona per l’Olocausto, non puoi essere esplicito, non puoi mostrarlo apertamente come fosse un’esperienza collettiva: bisogna concentrarsi sul campo visivo di una sola persona». Un campo visivo ristretto (il formato del film, girato in 35mm, è 1.37.1), fatto di inquadrature molto lunghe («ci sono appena ottanta tagli,» ricorda Röhrig) ma quasi sempre volutamente fuori fuoco, perché guardare non si può. Si ascolta, però. Saul sente tutto, e noi con lui. «Il lavoro sul sonore è stato molto complesso, l’intera colonna sonora con la sua molteplicità di lingue (ungherese, tedesco, yiddish…) è stata registrata in post-produzione», aggiunge l’attore.

Géza Röhrig parla a bassa voce, sceglie le parole con cura, risponde alle domande con la stessa aria pensosa, quasi fuori dal mondo che caratterizza la sua interpretazione di Saul. Un approccio alla recitazione di tipo spirituale prima che empatico o semplicemente espressivo, e che può apparire quasi freddo o distaccato. Del resto Saul è un alieno all’interno delle mura di Aushwitz («non a caso il cognome è Ausländer, straniero in tedesco»), un folle che antepone la dignità e la pietà al cieco desiderio di sopravvivenza.

«C’è qualcosa, nell’uomo, che va oltre la mera sopravvivenza fisica, oppure no? Da credente, io dico di sì. L’istinto alla sopravvivenza è legittimo, naturale, ma anche animalesco: anche un cane, se divampa un incendio, cerca istintivamente di scappare dalla finestra. Saul non vuole solo scappare, e questo fa sì che il finale del film non sia consolatorio ma contenga in sé anche la speranza. In ogni caso non abbiamo voluto fare di Saul un eroe, il giudizio sul personaggio spetta al pubblico».

Röhrig riflette poi sul ruolo dei sonderkommando negli ingranaggi della macchina di sterminio nazista: «i membri dei sonderkommando erano terrorizzati e profondamente traumatizzati dal compito terribile che erano costretti a svolgere: vedevano tutti i giorni centinaia di persone vive, che loro stessi poi conducevano nelle camere a gas, per tornare quindici minuti dopo a raccoglierne i cadaveri. L’unica alternativa possibile, per loro, era il suicidio. Gli altri prigionieri li disprezzavano e al tempo stesso li invidiavano, perché i sonderkommando dormivano in locali riscaldati, mangiavano di più. Ma la loro sorte, alla fine, non era diversa o migliore: come testimoni chiave di quanto avveniva all’interno del campo, i sonderkommando venivano uccisi ogni quattro mesi. Il loro lavoro consentiva ai nazisti di non vedere, di non percepire a livello sensoriale, le conseguenze delle uccisioni sistematiche: il trasporto dei corpi, la pulizia delle camere a gas, erano mansioni svolte dai sonderkommando. E i pochi sopravvissuti, dopo la liberazione, hanno sofferto moltissimo per i sensi di colpa».

Come è possibile per un attore incarnare tutto questo? «La sfida è stata colmare il divario tra la mia esperienza di vita e di mondo e l’esperienza dei sonderkommando. Mi sono basato soprattutto su fonti letterarie, ho letto tante testimonianze. Per affrontare il dilemma etico di Saul mi sono state particolarmente utili le parole di un grande pensatore, il vostro Primo Levi. E poi i racconti di mio nonno: i suoi genitori, sua sorella maggiore, che all’epoca era incinta, e suo fratello minore non sono mai tornati dai campi. Infine, tre settimane fa ho incontrato a Los Angeles l’ultimo sopravvissuto dei sonderkommando: ha 93 anni, ha visto il film, ed è stato bellissimo vedere che è ancora in grado di sorridere».

Scroll To Top